Brutto spettacolo l’Assemblea della Fondazione Alleanza Nazionale. Non vi è nulla da festeggiare, nulla per cui sorridere. Al di là delle mozioni, dei discorsi, delle insinuazioni, delle maldicenze e dei piccoli intrighi.

Certo, tutti avevano le loro ragioni, ma nessuno aveva la soluzione, la “verità”. Non a caso nessuno ha veramente vinto. Con buona pace delle tifoserie, dei “militonti”, dei soliti furbi e degli eterni idioti. Storie che da domani commenteremo, discuteremo, analizzeremo. Su cui ci confronteremo con i nostri lettori con attenzione e rispetto. Con serietà, onestà e giusta cattiveria. Senza sconti per nessuno.

Ma, mentre i “vincitori” sorridono (di cosa?) e gli “sconfitti” s’intrugliano in stupidi rancori e annunciano improbabili vendette e ricorsi, da Palermo a Milano, da Cagliari a Trieste ciò che rimane di un “mondo umano” (una condizione esistenziale prima che politica…) s’interroga e non trova risposte convincenti. I più — guardate FB, i social, chiamate gli amici di ieri — rimangono basiti; i più avvertiti sogghignano con amarezza e si distaccano sempre più da ogni ipotesi politica.

Perché? Il problema, come ha ricordato Giampiero Cannella su Destra.it, è ben più complicato delle sorti di un piccolo partito o/e dei destini privati degli ex gerarchi del partitone defunto. La faccenda è decisamente ben più seria delle liti tra La Russa e Alemanno o delle furberie di Gasparri, Menia e Matteoli.

La questione è il destino della destra italiana, una galassia plurale e complessa, oggi avviata, sempre più, verso il vicolo cieco del marginalismo o — si veda la regressione culturale di gran parte del mondo giovanile, l’antico patrimonio d’energie fresche e curiose — verso il primitivismo politico. La prossima tappa è l’irrilevanza. Il nulla.

E allora torniamo a parlare di politica. Quella vera. Il centro della questione è la Fondazione, il suo ruolo, la sua funzione. I partiti vengono e passano, i leader — se sapremo finalmente superare la malattia del “ducismo”, un cancro che dal 1946 ci attanaglia e ci acceca — debbono essere solo e sempre funzionali ad un progetto, i quadri e gli eletti vanno costantemente rinnovati e, quando serve, pensionati. Gli inutili — vecchi o giovani — debbono essere rottamati. Con dovuta delicatezza ma senza pietà.

Discorso difficile, certo. Ma, mentre i notabili (vinti e vincitori), i trombati e i loro tifosi rimangono chiusi nel loro acquario e giocano a Risiko in inutili assemble, la vita vera — non il presepe di Predappio, l’orto lapidario e le possibili candidature nel listone unico —, scorre impetuosa, imprevedibile. È l’età del caos. Tutto sta cambiando, tutto si muove, tutto va interpretato, studiato e capito.

Da qui l’urgenza di di un centro propulsore, un laboratorio di pensieri lunghi, un motore di intelligenze. Con la necessaria benzina e nuovi piloti. Discorsi impegnativi, difficili, ruvidi. Da domani iniziamo.