Preceduto da un robusto battage pubblicitario è andato finalmente  in onda su Rai Uno il film-tv “Limbo”, tratto dall’omonimo romanzo di Melania Mazzucco. I trailer e le sinossi raccontavano una trama avvincente e per certi versi coraggiosa. La storia di una donna, Manuela Paris,  maresciallo degli Alpini ferita in un attentato in Afghanistan tormentata dal ricordo dell’evento traumatico che le ha lasciato cicatrici sia nel corpo che nello spirito. E la descrizione della degenza e della riabilitazione in Italia, inframmezzata dai lunghi flashback che riportano il clima e le azioni nel teatro operativo, sono state la cornice per l’ottima interpretazione dell’attrice polacca  Kasia Smutniak.

A ben guardare, il film del regista Lucio Pellegrini ha senz’altro il merito di superare la stagione delle produzioni cinematografiche ideologicamente antimilitariste e “pacifondaie” come “Soldati – 365 all’alba” e “Naja“, lavori che avevano a loro volta superato l’epoca dei film nei quali le forze armate erano tratteggiate ora con i toni ridicolizzanti del “Colonnello Buttiglione“,  ora boccacceschi con una serie di produzioni pruriginose  del tipo “La dottoressa del distretto militare” con la procace Edwige Fenech. Nel film andato in onda sulla Rai, i soldati italiani in missione sono descritti dignitosamente, senza enfasi ma anche senza pregiudizi. Così come interessante è il personaggio interpretato dalla Smutniak, che  incarna il senso del dovere e la passione per il lavoro di una professionista  che ha scelto il mestiere delle armi per rendersi utile al Paese e contribuire a risollevare le sorti di aree devastate dalla guerra e dal terrorismo.

Ma, in assoluta coerenza con il titolo, la fiction resta nel “limbo” di un lavoro  a metà del guado. Se le premesse e le intenzioni sono certamente apprezzabili e, come abbiamo detto, in controtendenza rispetto al passato, lo sviluppo è rimasto affogato nel tentativo affannoso di rimanere ancorati al politicamente corretto. Dai dialoghi alla caratterizzazione dei personaggi, nulla va oltre il compitino  nel quale devono necessariamente comparire alcuni stereotipi: a cominciare dalla presentazione del maresciallo-donna Manuela Paris al plotone di Alpini che suscita la reazione maschilista del soldato Diego Iodice, alla retorica buonista della scuola con i bimbi festanti e tricolori un mano un attimo prima dell’attentato portato a termine da un insospettabile “amico” dei militari italiani.  E giusto per non farsi mancare nulla, il bel tenebroso Mattia interpretato da Adriano Giannini, che fa innamorare la soldatessa convalescente, è un collaboratore di giustizia sotto protezione per avere denunciato un boss che ci tiene a sottolineare la sua natura anarcoide e quanto lo disturbi sentire pronunciare la parola “Patria”.

Per non parlare poi della ricostruzione del contesto militare. Nelle azioni, nell’ambientazione, negli equipaggiamenti e nei dialoghi, nonostante la buona volontà, emerge ancora una volta il gap che separa il cinema e la televisione italiani da altre produzioni straniere. Difficile comprendere cosa impedisca di rendere realistiche alcune scene. I “puristi” avranno certamente notato che il fucile d’assalto utilizzato dagli attori è una versione antica dell’attuale non più in dotazione da lungo tempo ai militari in missione. Inguardabili i Lince con il rallista senza protezioni, così come i mezzi che escono in operazione che avanzano  con il portacaricatore della mitragliatrice di bordo senza il nastro di proiettili per l’Mg. E ancora lasciano perplessi i giubbetti protettivi visibilmente senza le piastre, le modalità operative e i dialoghi appena abbozzati ma fuori da standard credibili. Girate in Sardegna, le scene di azione ambientate in zone desertiche sono verosimili, quelle in ambiente montano, come l’imboscata alla colonna italiana, assolutamente fuori contesto.

In conclusione dalla visione del film si ha la sensazione di un lavoro per certi versi coraggioso, perché rompe gli schemi ideologici attraverso i quali finora è stata filtrata la (scarsissima) produzione cinematografica e letteraria nazionale, di contro resta il rimpianto di un’occasione sprecata che rinvia ad ulteriori e futuri lavori la possibilità di produrre in Italia opere dello stesso genere paragonabili ai maggiori successi anglosassoni o transalpini.