Un altro articolo che ho trovato interessante sui fatti di Parigi, oltre a quello del professore Introvigne, è quello di Tommaso Scandroglio, “Quella barbarie che li unisce alla nostra laicitè”, pubblicato sempre da LaNuovaBQ.it del 27 novembre scorso. Per la verità le stesse riflessioni del giornalista, le avevo fatte quasi subito anch’io. Scandroglio mette in discussione la diffusa opinione, che viene ripetuta come un mantra, secondo cui i terroristi islamisti abbiano colpito al cuore i valori della nazione francese: libertà, uguaglianza e fratellanza. Fermo restando che nessuno vuole“minimamente mancare di rispetto per le vittime“. E’ paradossale che si faccia riferimento a “quella triade valoriale in un concerto di una band che si chiama Eagles of death metal e che – misterioso ed inquietante presagio – stava cantando al momento dell’attacco Kiss the devil (Bacia il diavolo)”. Piuttosto secondo Scandroglio, l’evento musicale,“suggerisce invece l’esistenza di una deriva giovanile verso l’abisso mortifero del nichilismo e della dissoluzione valoriale, ecco a parte questo ci viene da ricordare che il motto “Liberté, Égalité, Fraternité” fu coniato in piena Rivoluzione francese, momento storico che non brilla certamente per irenismo”.
A questo punto Scandroglio offre una brillante riflessione storica, una comparazione, per niente azzardata, tra “gli integralisti islamici vestiti di nero e i giacobini, che non hanno nulla da invidiare agli uomini dell’Isis, in quanto a strategia del terrore e abilità nel provocare eccidi”. Per il collaboratore de LaNuovaBQ.It, “La matrice è la medesima e i padri fondatori dell’odierna Francia avevano lo stesso Dna dei terroristi che hanno sparso sangue l’altro giorno a Parigi. In entrambi casi infatti l’impianto ideologico – con i dovuti e intuibili distinguo – è pressoché lo stesso”. Attenzione, però “non vogliamo qui sostenere che lo Stato francese è la fotocopia dello Stato dell’Isis e che i principi a cui si ispira la société civile transalpina siano i medesimi dei seguaci del califfo Abu Bakr al-Baghdadi, ma che la genesi di quella che diverrà per antonomasia la Republique trova alcuni addentellati con la struttura di pensiero e di azione del terrorismo islamista”.
Sia per i giacobini che per i terroristi dell’Isis, il nemico non ha nessuna dignità, è una cosa, un nulla. I rivoluzionari francesi non perdevano tempo a dialogare con nobili, borghesi, preti e contadini; chi non si piegava al credo illuminista, veniva sbrigativamente soppresso. La stessa cosa avviene con l’Isis. “I tagliatori di testa – scrive Scandroglio – li troviamo sia nelle fila dei rivoluzionari francesi sia dei terroristi islamici, pratica efferata e caratterizzata da una fortissima carica emozionale volta anche ad atterrire lo spettatore”.
Scandroglio si sofferma sul concetto di violenza e terrore, che assumono un’assolutezza in entrambi i fondamentalismi, sia quello di matrice laicista che quello islamista. Una violenza senza gradualità, che viene espressa al massimo dell’intensità.
“Il nemico va solo annientato. Al tempo di Robespierre questo significava una ecatombe che in una manciata di anni arrivò al numero di due milioni e mezzo di morti e forse più. L’assolutezza poi riguarda le categorie di persone da includere nell’insieme “nemico”: praticamente tutti coloro che non si riconoscono nel pensiero di chi sparge terrore.

Tra i giacobini non si andava tanto per il sottile nel cercare di distinguere l’innocente o il colpevole. Se ad esempio eri uomo di chiesa eri già un candidato perfetto per la ghigliottina. Così la sparatoria nel teatro Bataclan o le esplosioni fuori dallo stadio hanno ucciso non bersagli prestabiliti, ma semplicemente persone di cultura occidentale. Il nemico è chiunque”. Scandroglio, forse per non dilungarsi troppo, non ha inteso fare un altro paragone di “cuginanza”, i terroristi dell’Isis, dellultra-fondamentalismo islamico, assomigliano molto ai seguaci dell’ideologia marxista, in particolare a quelli che sono stati protagonisti in terra di Spagna prima e durante la cosiddetta Guerra civile (1936-39).

Sto leggendo l’interessante volume di Mario Arturo Iannaccone, “Persecuzione”, edito da Lindau, qui Iannaccone, racconta “La repressione della Chiesa in Spagna, tra la seconda repubblica e Guerra Civile (1931- 1939). Anche per i miliziani anarco-comunisti, chi non era con loro era un nemico da abbattere, non solo i nazionalisti franchisti, ma in particolare, i religiosi, i preti, i laici, chi poteva avere qualche riferimento alla Chiesa cattolica. Anche i comunisti spagnoli, come del resto i giacobini francesi, furono accecati da una furia iconoclasta che li portò a colpire, distruggendo e incendiando chiese, monasteri, simboli religiosi, decapitando perfino le statue della Madonna, di Nostro Signore. Un immenso patrimonio architettonico, artistico, culturale venne annientato in pochi mesi in tutte le città più o meno importanti della Spagna.
Scandroglio inoltre vede un rapporto di cuginanza tra “gli accoliti di Marat e Danton con quelli di Abu Nabil al-Anbari e di al-Baghdadi è quella della definitività”. Sia la Rivoluzione Francese che lo Stato Islamico, ma anche la società comunista, rappresentano l’imperativo morale, l’ultimo passo verso il Bene, l’eccellenza, la felicità ultima. Una ennesima edizione del “boia chi molla”.
Infine, altra caratteristica comune è quell’idea di morte. “L’esito di certe ideologie nate nel secolo dei lumi e maturate nel corso della rivoluzione comunista ha portato all’instaurarsi – per usare un’espressione più volte adottata da Giovanni Paolo II – di una cultura di morte. Tuttavia anche lo stesso “pensiero liberal, figlio della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino fabriqué en France, ha ucciso la famiglia con il divorzio, la convivenza, la contraccezione e il gender, la vita nascente con l’aborto, la fecondazione artificiale e la sperimentazione sugli embrioni, la vita terminale con l’eutanasia, la signoria dell’uomo sul creato con l’ambientalismo e l’animalismo, e la presenza di Dio nella società con il laicismo”.
Comunque Scandroglio conclude il suo intervento con una ulteriore provocazione, che può sembrare assurda, i terroristi islamici che seminano morte non sono tanto dissimili dai nostri contesti culturali, la nostra cultura occidentale, specialmente quella francese, per certi versi è già di suo mortifera, strutturalmente votata alla dissoluzione. “E dunque affermare che il terrorismo islamico attenta ai valori repubblicani appare paradossale se pensiamo ai padri fondatori della Republique, fatti della stessa pasta di quegli uomini in nero che il 13 novembre hanno siglato il massacro nella capitale francese”.