Sorpresa, i foreign fighters, cioè i combattenti stranieri che si arruolano nello Stato Islamico, sono molto raramente reclutati nelle moschee: nella stragrande maggioranza dei casi diventano jihadisti grazie agli amici e ai familiari.

Scott Atran, docente di Oxford ed esperto di terrorismo e religioni, illustrando la sua ricerca alla Commissione antiterrorismo del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ha sostenuto che il 75 per cento dei ragazzi, che in Occidente abbracciano le armi per il Califfato, sono convinti da amici e coetanei, mentre il 20 per cento è spinto dai familiari. Solo il restante 5 per cento viene reclutato nelle moschee, percentuale non trascurabile, ma che deve far riflettere i governi sulle azioni preventive per arginare il fenomeno.

La ricerca di Atran, che ha intervistato diversi militanti dell’Isis e di Al-Nusra catturati in Medio Oriente e in Europa, ha dimostrato che la radicalizzazione dei giovani musulmani avviene di rado nelle moschee e certamente non attraverso reclutatori sconosciuti. Secondo l’esperto, l’Isis offre la stessa «spinta rivoluzionaria» che ha caratterizzato la rivoluzione francese, quella bolscevica in Russia e l’ascesa del nazismo in Germania. «Lo stato Islamico rappresenta la punta di diamante del più dinamico movimento rivoluzionario e di controcultura dalla Seconda Guerra mondiale e la più grande forza di combattenti volontari». In poche parole, offre ai giovani «un sogno per cui lottare e un forte legame di cameratismo», tutte cose sottovalutate dai governi occidentali.

L’Isis sa come solleticare il senso di ribellione e l’idealismo dei giovani, è abile nell’utilizzare i social media per indirizzare i ragazzi dai 15 ai 24 anni, che cercano un’identità in un mondo in continuo cambiamento e sottoposto «al lato oscuro della globalizzazione». «Si radicalizzano per trovare una forte identità in un mondo appiattito, dove le linee verticali di comunicazione tra le generazioni sono sostituite da quelle orizzontali, da legami sociali che possono estendersi nel mondo intero».

Risulta perciò inefficace la contro-propaganda che descrive l’Isis come il male assoluto, il mostro che taglia teste e sottomette le donne. L’Occidente ha definito i foreign fighters «fallimenti morali» o persone che hanno subito «il lavaggio del cervello», ma si sbaglia perché l’organizzazione jihadista «comprende più a fondo i giovani di quanto lo facciano i governi che li combattono». «È la chiamata alla gloria e l’avventura che spinge i ragazzi a unirsi allo Stato islamico», ha detto Atran sottolineando che «il jihad offre loro la strada per diventare eroi». Anche per questo motivo l’Isis riesce a reclutare un numero significativo di giovani che provengono da famiglie cristiane, i quali «diventano fra i più feroci dei combattenti».

Lo studioso di Oxford ha avvertito che se l’Onu e i governi occidentali «non saranno in grado di capire quali idee ribollono nel mondo giovanile e come possano essere usate per attrarre altri giovani, allora perderemo le generazioni future». Se non si comprendono queste «potenti forze culturali, falliremo nell’affrontare la minaccia». Per evitare questo rischio, bisogna offrire ai giovani «qualcosa che li faccia sognare».

Una domanda sorge spontanea: serviva un antropologo per far scoprire all’Occidente questa realtà? La gioventù ha bisogno di sognare, di lottare per qualcosa che dia significato alla propria esistenza, di trovare risposte alle domande a cui nessuno risponde. Come si potrebbe spiegare altrimenti la decisione di molti giovani, al termine della seconda guerra mondiale, di cercare la bella morte in Italia o di andare a combattere a Berlino una battaglia già perduta. O le scelte di una generazione che negli anni ’70, per affermare la propria identità e lottare contro un mondo che rinnegava gli ideali, era disposta a imbracciare le armi e a donare la vita per darle un senso.

C’è una parola magica, ieri come oggi, che riassume l’entusiasmo, la passione, la carica rivoluzionaria, la visione eroica della vita: i sogni. Sono il carburante dell’anima, la spinta a esplorare nuovi orizzonti, l’acqua che disseta lo spirito d’avventura. Rinunciare ai sogni significa rinunciare a vivere e arrendersi ai sogni degli altri, che molto spesso possono trasformarsi in incubi.