Perché trasformare una vergine guerriera diventata generale e santa, eroina di Francia e della fede, in una ragazzetta di fine Ottocento squassata dall’isteria e dalle turbe erotiche è mistero che non doveva essere svelato da questa Prima.
Anche se il sant’Ambrogio al tempo del terrorismo islamico forse sarebbe potuto essere occasione di riflessione sull’intreccio tra religione e ideologia, fede appunto e identità (magari di patria), trascendente e vita terrena. Guerra compresa. Così non é stato e Giovanna d’Arco ha dovuto rinunciare anche a quel rogo dove la storia racconta che prima di vedere le sue carni bruciare, chiese due rami di quella pira per incrociarli e farne la croce del suo martirio. Niente, nemmeno il crocefisso.

E poi siamo qui a domandarci perché i presidi di provincia stiano di questi poveri tempi vietando presepi e canti di Natale per non irritare i non cristiani. Più colpa del libretto di Temistocle Solera che convinse il maestro Giuseppe Verdi a seguire Schiller o del duo franco-belga Patrice Caurier e Moshe Leiser alla regia? Se ne discuterà.

Il risultato è stato una Pulzella consumata dallo struggimento nel suo lettino, anziché fiera nell’armatura di soldato della fede e condottiera dell’orgoglio del suo popolo. Forse metafora di un Occidente che oggi dimostra un’incapacità di radicarsi nei suoi simboli originari, per provare a vincere quello scontro di civiltà che il radicalismo terrorista di una parte dell’Islam potrebbe costringerlo ad affrontare. Il teatro non è il luogo per queste elucubrazioni? Sarà.

Ma allora perché il premier Matteo Renzi precipitatosi a Milano con signora solo all’ultimo momento, uscendo dal (mai così) misero palco reale tra primo e secondo tempo viene a spiegarci di credere che «la cultura sia un messaggio universale di bellezza su cui l’Italia ha molto da dire»? E cosa ci potrebbe essere di più radicalmente culturale del messaggio cristiano e europeo di una Giovanna d’Arco che fiera nella sua corazzata medievale si erge contro l’usurpatore?

Per il resto il rito scaligero naviga indifferente la tempesta dell’allarme terrorismo. Lo struscio nel foyer delle sicure pettorute è il solito. E il nero che prevale è questione di moda e non di lutto. Le chiacchiere dei mariti più che sull’opera sono sui prossimi candidati sindaco. In platea ci sono l’arbitro-giocatore Giuliano Pisapia, Corrado Passera, Alessandro Sallusti. Francesca Balzani è già in campagna elettorale alla tivù e Giuseppe Sala ha avuto il privilegio di incontrare Renzi in prefettura.

Per tutti gli altri spettatori (ma alla Prima si sentono tutti anche un po’ attori) l’imperativo è dire che mai come quest’anno l’importante è esserci per dare una risposta al terrorismo. Anche a costo di buttarla in caciara come Sabina Negri, ex signora Calderoli, che si presenta con tatuati crocifisso, mezzaluna e stella di David. Più deciso il governatore Roberto Maroni che arriva con gran sorriso per il dilagare del Front national in Francia e pronto ad accostare Marine Le Pen alla Giovanna d’Arco fiera e guerriera che forse un po’ tutti ieri alla Scala avrebbero voluto vedere. Magari quella con corazza, spadone, rogo e crocefisso dei libri con le figure che si leggono da bambini.

Giannino della Frattina, Il Giornale, 8 dicembre 2015