Manuel Valls, primo ministro francese, ha un mento ambiziosamente mussoliniano, un perenne malumore sotto l’abbronzatura, nervosamente accentuato dal tono supponente con cui distilla il suo pensiero, meglio i suoi pensierini.

L’ultimo in ordine di tempo è «il rischio di una guerra civile» qualora il Front National vincesse alle regionali di domenica prossima, il che vuol dire che chi vota quel partito è un fuorilegge e che, non potendo chiudere i seggi, tanto vale aprire i depositi di armi. Valls non è nuovo a sparate (il termine è più appropriato, visto gli scenari evocati, del più corrivo ma calzante cretinate) del genere.

Nella primavera scorsa, se ne uscì, alla tv e sui giornali, con la seguente dichiarazione: «Quando un filosofo conosciuto e apprezzato da molti francesi, Michel Onfray, spiega che Alain de Benoist che è il filosofo della Nuova destra negli anni Settanta e Ottanta, che in un certo senso ha modellato la matrice ideologica del Front National- vale più di Bernard-Henri Lévy, vuol dire che stiamo perdendo i punti di riferimento». Ora, e per la verità, Onfray non aveva affatto detto quello che Valls si era deciso a mettergli in bocca. Intervistato dal settimanale Le Point, si era limitato ad affermare: «Non mi sento vicino a Bernard-Henri Lévy o a Alain Minc, né a Jacques Attali, che, mi si dice, sono di sinistra. Dovrei per questo sentirmi vicino a intellettuali di destra? Chi sono costoro, peraltro? Ne deduca, se vuole, che preferisco un’analisi giusta di Alain de Benoist a un’analisi sbagliata di Minc, Attali o BHL e che preferirei un’analisi che mi sembrasse giusta di BHL a un’analisi che trovassi sbagliata di Alain de Benoist». Michel Onfray sosteneva, dunque, che, pur essendo di sinistra, preferiva un’idea giusta, fosse anche di destra, a un’idea sbagliata anche se di sinistra, soprattutto se di sinistra, e francamente non si vede quale filosofo, politologo, semplice cittadino potrebbe sostenere il contrario, a meno che non si voglia preferire l’errore e la falsità per ragioni ideologiche.

Il modo di pensare, si fa per dire, di Valls non è nemmeno farina del suo sacco. Affonda purtroppo in quel gauchisme francese che faceva dire a Jean Paul Sartre che non bisognava «far piangere gli operai di Billancourt» svelando loro i gulag della Russia comunista, e che ancora nelle giornate del Joli Mai Sessantotto faceva sfilare i manifestanti al grido di «è meglio aver torto con Sartre che ragione con Aron»… É la cecità ideologica applicata all’analisi politica, economica, sociale, ed è in fondo grazie a essa se Valls&compagni si ritrovano oggi in casa Marine&Marion Le Pen.

D’altra parte, un governo che ha come ministro della Cultura quella Fleur Pellerin che a suo tempo dichiarò di non aver mai letto un romanzo di Patrick Modiano, appena insignito del Nobel per la letteratura, fa capire quali chiari di luna intellettuali si vedano a Matignon, residenza ufficiale di Valls, e dintorni. Il problema dei socialisti al governo, così come del loro presidente della Repubblica Hollande, è che rappresentano una sinistra che ha abdicato al suo essere tale, e questo ne spiega la caduta verticale in termini di voti e di rappresentanza. É una classe dirigente che sente il terreno scivolarle sotto i piedi e, come si suole dire, la butta in rissa: cerca l’incidente e insieme il capro espiatorio. Valls, insomma, non pensa a quel che dice e, peggio, non sa nemmeno di cosa parla. Dei cento e passa libri di Alain de Benoist non ha letto neppure un riga, del socialismo proudhoniano e libertario di Onfray, ignora tutto. Quanto al Front National, nega la realtà, semplicemente. Della serie: se il popolo non vota come voglio io, allora aboliamo il popolo.

Stenio Solinas, Il Giornale, 12 dicembre 2015