Cent’anni nasceva a Parigi  Edith Piaf. Sua madre, Antonetta Marini, in arte Lina Marza, italiana di Livorno, cantante di un caffè concerto, la partorì in un androne assistita da due poliziotti il 19 dicembre del 1915. Una targa posta proprio sopra quell’androne al 72 di Rue Belleville lo ricorda. La sua fu una vita tragica e straordinaria. Dopo un’infanzia disperata — trascorsa tra stenti, miserie e brutture —,  un giorno incontra casualmente  Albert Richardit, un critico musicale che la sente cantare ad un angolo di strada. Una voce meravigliosa, unica. Il critico capisce subito le potenzialità della ragazzina. Grazie a lui e a Louis Leplee, ambiguo proprietario di un night, in pochi anni Edith si trasforma nella voce di Francia. Mon legionaire, Milord, Le vie en rose  diventano successi mondiali.

Ma, nonostante la fama, i soldi, la gloria, i tanti flirt passaggeri, la sfortuna non smette di accanirsi contro di lei. Impietosamente, crudelmente. Voracemente.

Il destino le strappa l’unico, grande, vero amore della sua vita, il pugile Marcel Cerdan. Lei è a New York, lo implora di raggiungerla al più presto. La gelosia la divora. Marcel, che odia volare, sceglie per una volta l’aereo. Una scelta fatale. Il quadrimotore dell’Air France si schianta sul picco Redondo alle isole Azzorre. Lei non se lo perdonerà mai. La sera dopo, piena di farmaci e di dolore, sale sul palco del Versailles di New York: “Stasera canto per Marcel Cerdan, per lui soltanto”. Cantò l’Hymne à l’amour: “Se un giorno la vita / ti strapperà a me, / sta lontano da me. /Se tu muori / allontanati da me./ Poco mi importa/ se tu mi ami/ perché anch’io morirò”. Poi svenne.

Da quel momento scattò in Edith un meccanismo autodistruttivo. Perverso e incontenibile. Ma nonostante i suoi fantasmi, la malattia, la morfina, le angosce sempre più cupe, negli ultimi anni della vita (morì a 48 anni, l’11 ottobre 1963) si appassionò da vera patriota alla causa dell’Algeria francese e simpatizzò apertamente, nella primavera del 1961, con i generali più decorati di Francia — Salan, Challe, Jouhaud, Zeller — che ad Algeri sfidarono Parigi pretendendo che l’Algeria restasse un pezzo della Repubblica. La rivolta non fu una minaccia vuota: a sorreggere il disperato tentativo dei golpisti vi erano — assieme ad un milione e più di europei d’Algeria e i residui settori filo francesi della maggioranza araba — i migliori reggimenti della Nazione. Comandandati da giovani capitani e colonelli appena trentenni: i reduci della “France libre”, i combattenti d’Indocina, i “lupi” d’Algeria.

De Gaulle riuscì a superare la devastante crisi interna e liquidare in tempi rapidissimi e brutali il putsch africano. Le forze armate metropolitane non si mossero, i reparti ribelli, isolati e scoraggiati, furono accerchiati e sciolti. I capi e molti “lupi”, diventati proscritti, scelsero la clandestinità e la lotta armata sotto le insegne dell’Organisation Armée Secrète, l’esercito clandestino degli irriducibili. L’ennesima battaglia disperata e inutile.

Nei giorni del putsch l’ultimo caposaldo a capitolare fu Zeralda, la base del Régiment étranger de parachutistes comandato da Helié Denoix de Saint Marc, un uomo serio, un eroe vero. In quell’alba livida — abbandonato da tutti, senza ordini e disposizioni — Saint Marc decise di consegnarsi per evitare uno scontro fratricida. Prima di venire ammanettato, il colonnello ordinò ai legionari d’uscire dalla caserma in perfetto ordine. Come per una parata. Gli uomini obbedirono e dai ranghi s’innalzò, sommesso e poi sempre più forte, il canto di Je ne regrette rien, la struggente canzone che Edith Piaf aveva dedicato alla Legion. Il popolo dei pieds noires, stretto da giorni attorno alla caserma degli insorti, si unì al coro applaudendo freneticamente i “soldati perduti” che s’incamminavano con fierezza verso i tribunali, le galere, i plotoni d’esecuzione. Un ultimo, struggente tributo ai difensori di una causa perduta.

“Non rimpiango niente / Né il bene che mi è stato fatto, né il male / Per me è lo stesso» …Merci Edith.