“San Babila, la nostra trincea” è l’ultimo lavoro letterario di Cesare Ferri.
Un lavoro che, come ben ha descritto Marco Valle nella densa recensione pubblicata su Destra.it  (vedi la rubrica Penna, Pellicola, Palco…), non è il solito arcigno libro di qualche autore a caccia di vendite, quasi sempre figlio di testimonianze fantasiose e romanzate. Ma un vero romanzo-verità, pieno di dialoghi che fanno inquadrare umanamente chi c’era, chi c’è ancora e chi, purtroppo, non c’è più.
276 pagine che scorrono veloci, come una bibita nel sole di agosto, ma che contengono storie, concetti ed ideali che hanno costituito il patrimonio che molti giovani di destra degli Anni ‘70, ancora oggi, sentono come parte del proprio DNA. O quantomeno che ricordano come un periodo di libertà. E se qualcuno si stupirà leggendo questo concetto vorrà dire che, allora come oggi, non ha capito il significato delle azioni e dei comportamenti di un manipolo di ragazzi – di tutte le classi sociali e davvero “contro”- che nel loro animo avevano scatenato una doppia rivoluzione.

La prima contro le idee (si fa per dire) e le regole dell’imbalsamata società postbellica, la seconda contro la massificazione del pensiero di sinistra all’italiana. Un pensiero che, more solito, aveva persino adattato le rigide e ciniche teorie marxiste alla religione della convenienza e del cerchiobottismo di italica estrazione.
Infatti, mentre i giovani automi della sinistra combattevano una rivoluzione mai nata, i veri rivoluzionari della destra scendevano in piazza per contestare davvero tutto. I borghesi con la loro esistenza da sepolcri imbiancati e la sinistra con la sua verità tanto unilaterale quanto ottusamente dogmatica. Che fu prima violenta e poi assassina.
Forse oggi si può dire che, alla fine, per comodo e per vigliaccheria, i modi di vivere e di pensare della sinistra ebbero (quantitativamente) la meglio. Ma se questo è vero, è pure vero che quel pensiero unico fu la causa ereditaria dello sfascio morale delle generazioni successive. Un epilogo senza rimedio, negli Anni ‘70 non si può tornare.
Ma si può leggere questo libro di Ferri. Anzi, lo dovrebbero leggere proprio quelli che quel mondo di destra non lo vissero, specie se appartenenti alla generazione dei vent’enni di allora. Questi ultimi potrebbero porre un tardivo rimedio all’errore di essersi fatti schiavizzare dai luoghi comuni e, per alcuni, dalla mancanza di coraggio.