Il 1952, penultimo anno della prima legislatura repubblicana, vede la seconda utilizzazione in campo locale del metodo elettorale maggioritario. Si tratta di esperimenti compiuti con riguardo ed in proiezione delle politiche in calendario per l’anno successivo, con i quali, attraverso il sistema degli apparentamenti ed il premio di maggioranza, la DC cerca di impedire ogni sfaldamento della coalizione di centro – sinistra, puntando contemporaneamente all’isolamento e alla discriminazione del blocco “comun fusionista di netto stampo totalitario”, cioè i monarchici ed i missini.

Studiosi attenti e non prevenuti, come Antonio Fino, hanno riconosciuto a Giorgio Almirante il merito “di avere intuito il significato dell’abbandono della proporzionale, e cioè la creazione di ostacoli al prendere corpo dell’ipotesi di una grande forza di destra”.

Nell’aprile 1952 il prefetto di Terni Antonucci, alla vigilia delle amministrative, in momenti successivi al fallimento dell’iniziativa di Sturzo per bloccare il pericolo dell’avvento delle sinistre al Comune di Roma, denunzia la sudditanza totale del PSI al PCI e raccoglie il vasto credito goduto dai monarchici, capaci addirittura, attraendo molti elettori schierati nel 1948 con la Dc per il timore di un successo del fronte delle sinistra, “di prendere la direzione democratica del Paese”, magari attraverso il varo dell’utopico, già allora, “partito nazionale unico”. Ad urne chiuse legge nei risultati registrati nelle regioni centro – meridionali una “buona resistenza” della maggioranza, un “notevole progresso”, contenuto grazie al sistema adottato, “delle forze di destra” e la “necessità improrogabile di recuperare gli elettori orientati verso le ‘forze nazionali’” in vista delle politiche. A questo aspetto, destinato a diventare il leitmotiv della vita pubblica italiana, il chiodo fisso della DC, viene fatta emergere – ulteriore aspetto della prassi politica – la frattura, esistente tra monarchici e missini, a proposito del traumatizzante 25 luglio 1943, dall’esterno astutamente enfatizzata e dall’interno stolidamente mai superata con una equilibrata analisi storica.

Con l’inizio dell’estate si fanno più fervide le discussioni sulla nuova legge elettorale, che secondo il parere di ambienti qualificati della DC “deve tener conto delle necessità, per lo schieramento democratico, di un margine che renda funzionale la maggioranza senza sottoporla al ricatto della estrema destra e sinistra”.

Il progetto di legge viene presentato, dopo discussioni lunghe ed animate tra il partito della Scudo crociato e quelli vassalli “parte imprescindibile dell’accordo” il 21 ottobre 1952.

Oltre alle motivazioni sull’instabilità dell’esecutivo a causa del metodo, allora quasi pretestuose in quanto tra il 1948 ed il 1952 le crisi sono soltanto due, Scelba, per motivare il varo di questa “democrazia protetta”, punta sulla pericolosità dei comunisti, coinvolgendo anche altre forze , “che hanno nel loro DNA il germe del totalitarismo”.

Nel corso dell’anno, influenzate dal dibattito politico e dalle discussioni nelle due Camere sull’iniziativa normativa promossa da Scelba, le voci ufficiali del partito e le direttive diramate agli organi periferici sono misurate, dignitose, prudenziali senza essere timorose. Il segretario nazionale De Marsanich , in un discorso tenuto a Firenze ai primi di luglio, secondo la comunicazione del prefetto, avverte che il provvedimento patrocinato dal ministro degli Interni siciliano, “come tutte le altre leggi va osservato” e tutt’al più reso inoperante con condotta cauta dei militanti. Il prefetto di Siena Spasiano nella relazione periodica – siamo a luglio – riporta delle espressioni di Almirante pronunziate a tutela della disciplina e del rispetto delle leggi e qualche mese più tardi da Imperia Romualdi conferma la stessa linea.

Dallo stesso capoluogo toscano, terra non certo facile, vengono segnalati “notevoli successi” nel campo delle adesioni e dell’organizzazione e una crescita dei consensi nelle amministrative, già da allora ostiche.

Il prefetto di Latina Micali, dal canto, rileva analogamente un aumento dei militanti e svela la via indicata dai dirigenti nazionali agli iscritti di trasferirsi sotto le insegne del PNM.

Va sottolineata nell’arco dell’intero 1952 la mobilitazione dei prefetti a sostegno della legge elettorale politica con rapporti critici sulle iniziative dei partiti di opposizione ed elogiativi di un presunto spirito elogiativo emerso tra i cittadini. Il prefetto di Modena Bracali inneggia alla riforma, presentata come “il mezzo indispensabile per permettere alla democrazia italiana di continuare ad operare nell’interesse del Paese, fronteggiando efficacemente gli attacchi degli estremisti di destra e di sinistra”.

Alla connessione o meglio all’intreccio tra settore amministrativo e politico guardano lo stesso Bracali quanto il suo collega operante a Milano, Pavone. Il primo classifica come “fenomeno contingente”, destinato ad autoesaurirsi il successo della destra in alcuni grandi capoluoghi, come Napoli, Bari e Palermo mentre il funzionario responsabile della sede milanese mostra perplessità sulla mossa della riforma elettorale posta sul tappeto dopo la consultazione locale.

Il punto nodale, dal quale si svilupperà, conclusa la prima legislatura, il lungo cammino della destra nelle istituzioni parlamentari, schierata apertamente, pur alcune, rare inutili flessioni, all’opposizione, è indicato nello spirito colto al tramonto dell’anno dal prefetto vicario di Latina, Vecchi: “anche gli aderenti ai partiti di estrema destra hanno rivolto molte critiche al progetto in questione, in cui essi vedono l’estromissione [rimasta sulla carta] dalla vita del paese dei partiti di ispirazione nazionale, e in conseguenza un pericolo per le istituzioni democratiche”.th-7