Nel freddo dell’Artico — pressapoco un sesto della massa terrestre — da anni si  protrae una silenziosa disputa tra gli otto stati — Russia, Stati Uniti, Canada, Danimarca, Islanda, Norvegia, Svezia e Finlandia —  che si affacciano sui mari settentrionali. Un risiko complicato in cui interessi strategici ed economici s’intrecciano pericolosamente.

Da decenni la  Russia — sostenendo che il ghiaccio che ricopre le acque costituisce una struttura simile alla terra e perciò assoggettabile a leggi e regole —  rivendica, attraverso una serie di dichiarazioni unilaterali, una fetta sempre più vasta dell’area. Già nel 2007 una spedizione russa ha piantato una bandiera sui fondali del Polo Nord, rivendicando così un’estensione di milioni di chilometri quadrati della propria piattaforma continentale. Non si tratta di propaganda: per il Cremlino è sempre più vitale assicurarsi il pieno controllo delle enormi risorse energetiche artiche: le dorsali di Lomonov e Meendeleev — due riserve d’idrocarburi e combustibili stimabili  intorno alle 8-10mila miliardi di tonnellate —,  la pianura abissale e i bacini di Podvodnikov e Makarov (ricchi di gas idrato),  il bacino sommerso di Framm, la dorsale di Gakkel e il giacimento di Stokman, nel mare di Barents, considerato la più grande riserva di gas naturale valutata intorno ai 3,8 trilioni di metri cubi. Un vero e proprio Eldorado. Va inoltre ricordato il prolungamento dell’apertura  — causa l’innalzamento delle temperature e l’arretramento della calotta invernale — della rotta artica: un nuova e più breve arteria marittima tra Europa e Asia (e una rotta profonda e più sicura per i sottomarini russi in transito dal pacifico all’Atlantico e viceversa).

L’attivismo russo preoccupa sempre più la Norvegia — gelosa della sua sovranità sulle remote isole Svalbard e le circostanti acque —, la Danimarca (protettrice della regione autonoma della Groenlandia) e soprattutto il Canada. Ottawa, anche alla luce delle storiche contese con Washington sui confini settentrionali, ha riaffermato la sua sovranità sulle regioni settentrionali — e sullo strategico passaggio a Nord Ovest —  creando in questi ultimi anni una struttura militare, con un centro comando sull’isola di Baffin,  a nord del 70° parallelo.  Gli Usa, a loro volta, hanno rafforzato il loro già imponente dispositivo militare in Alaska, dislocando ulteriori unità navali nel “Grande Nord”.

Un equilibrio geopolitico fragile che potrebbe modificarsi ulteriormente nel 2016. Secondo il Times, Mosca sta infatti costruendo sei nuove basi militari permanenti in difesa dei suoi interessi nell’area. L’operazione fa parte di un piano più ampio che prevede tredici piste di atterraggio e dieci nuovi sistemi radar a lungo raggio. Tra i caposaldi in costruzione c’è anche quella di Trefoil sulla grande isola conosciuta come Terra di Alessandra (Zemlja Aleksandry) nel Mare di Barents dove tra pochi giorni arriveranno 150 soldati. Le altre nuove installazioni si trovano sull’isola di Kotelny nell’arcipelago della Nuova Siberia, sull’isola di Sredny nell’arcipelago Di Nicola II o Severnaya Zemlya, a Rogachevo sull’isola di Novaya Zemlya, a Wrangel e Cape Schmidt sulla penisola della Chukotka, ai confini con l’Alaska.

Il ministero della Difesa russo ha inoltre annunciato di aver schierato in due basi, nell’arcipelago di Novaya Zemlya (la stessa di Rogachevo, isola tra il Mare di Barents e quello di Kara oltre il Circolo Polare Artico) e nel porto di Tiksi in Siberia, due batterie del loro più moderni e potenti sistemi anti-aereo: l’S-400. Si tratta dello stesso sistema d’arma schierato in Siria a protezione delle forze aeree russe. L’Artico si scalda.