La mancanza di neve sulle Alpi, soprattutto nel Nord Ovest, ha clamorosamente evidenziato il totale fallimento delle politiche turistiche montane. Eppure c’erano tutti gli elementi a favore per un boom clamoroso: le tensioni in Africa del Nord e in Medio Oriente, i timori di attentati a Parigi, l’inquinamento a livelli eccezionali a Pechino ma anche nelle grandi città italiane hanno spinto i turisti a rinunciare a mete esotiche per puntare verso le stazioni sciistiche nazionali. Niente Mar Rosso e via verso le Alpi.

Per ritrovarsi in località prive di neve e della possibilità di sciare. Colpa del cielo, ovviamente, perché la politica turistica non incide ancora sulle precipitazioni nevose. Poi, però, si scopre che a 2 km di distanza, appena passato il confine con la Francia, le piste innevate ci sono perché si è “sparato” molto di più con i cannoni per la neve. E allora si inventano questioni di microclima, di umidità, di qualsiasi tipo pur di giustificarsi. Va bene tutto, anche ammettere che non ci sono soldi per sparare di più, per innevare artificialmente altri km di piste. Perlomeno, sulla Via Lattea piemontese, i prezzi dei giornalieri sono stati abbondantemente ribassati. Altrove, in Valle d’Aosta, gli sconti hanno rappresentato una vera presa in giro per i turisti: giornalieri a 23 euro per una sola mini pista, giornalieri a 32 euro per 4 piste non collegate tra loro. Proprio nella Valle d’Aosta che, grazie a demenziali politiche turistiche, ha perso 390mila sciatori negli ultimi 5 anni mentre i ricavi degli impianti di risalita sono aumentati.

Il problema, però, va oltre l’emergenza neve. Si tratta di capire se il turismo alpino deve essere legato esclusivamente allo sci o se deve andare anche in altre direzioni. Certo, è più facile investire soldi (meglio se pubblici) per costruire nuovi impianti che distruggono paesaggi e vedute piuttosto di sforzare la mente per individuare alternative. E’ più facile spendere in cemento per nuove seconde case e hotel che, in pochi anni, si trasformeranno in alloggi per altre seconde case piuttosto di spremersi le meningi per valorizzare le enormi opportunità offerte dalle montagne.

Nelle città si celebrano i trionfi dei musei affollati da sempre più numerosi turisti italiani e stranieri, ma in montagna la cultura diventa un optional, un fastidio da cui liberarsi. Liberarsi, sì, perché le nostre montagne hanno immensi patrimoni culturali che i montanari, per primi, hanno dimenticato e cancellato per potersi meglio dedicare al business. Hanno cancellato tradizioni e retaggi per vendere terreni agli speculatori che devastavano i territori. Si sono cancellati reperti archeologici, si sono ricoperti i ritrovamenti perché interferivano con una pista di fondo o con una nuova strada. Mentre i turisti, da tutto il mondo, partono alla ricerca di arte, musica, letteratura e resti del passato – aspetti che solo in Italia sono così presenti tutti insieme – le montagne italiane hanno preferito offrire piste da sci che, ormai, sono presenti in quasi ogni parte del mondo. Dalla Corea del Nord agli Stati Uniti, dalle Ande sudamericane al Kazakstan.

Quanto all’offerta per il doposki nelle località montane del Nord Ovest, la scelta è tra farsi spennare per un aperitivo pagato a peso d’oro o per un intrattenimento identico a quelli della città ma pagato molto di più. Non è questa la politica turistica in grado di battere una concorrenza sempre più vasta ed agguerrita. Eppure non si fa nulla per invertire la tendenza. Non si fa nulla per attirare il turismo al di fuori dei periodi invernali di punta. Così si ha la scusa per alzare i prezzi, perché in 3-4 mesi si devono incassare i soldi per mantenersi per tutto l’anno. Il tutto accompagnato, troppo spesso, dalla scortesia degli operatori. Disposti ad accettare i soldi dei turisti, purché i turisti paghino con un bonifico e poi evitino di andare in montagna ad infastidire i grandi strateghi del turismo alpino .

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