Ci sono voluti quattro giorni prima che i drammatici fatti di Colonia venissero svelati dagli organi di informazione. Le testimonianze spontanee di centinaia di persone non potevano più essere sottaciute e così quello che era stato celato per giorni e giorni per non disturbare il manovratore è finalmente emerso. E ogni giorno si arricchisce di particolari e di testimonianze che ci portano dritto dritto ad alcune inoppugnabili conclusioni. Almeno tre.
Uno. Le politiche migratorie europee, e in particolare quelle della Merkel che pochi mesi fa era stata beatificata per l’apertura delle frontiere ai profughi, hanno fallito e bisogna correre ai ripari.
Due. Le rassicurazioni sugli stessi presunti profughi (che in Italia la sinistra estende tout court ai richiedenti asilo, ben guardandosi dal dire che più della metà di loro non avranno diritto all’asilo e saranno quindi clandestini a tutti gli effetti) crollano di fronte all’evidenza per cui anche tra loro c’è della bella feccia (racaille, così il primo Sarkozy chiamò i teppisti delle banlieu) e c’è poco da star tranquilli.
Tre. Non può essere un caso che praticamente tutti i fermati provengano da paesi islamici. Perché, con buona pace delle femministe di casa nostra, è inoppugnabile che in quelle culture ci sia un problema grosso come una casa chiamato “rispetto della donna”.
Ma poiché questi fatti sono ormai sotto gli occhi di tutti, il manovratore ha impiegato i successivi quattro giorni per costruire le sue nuove favolette, tutte peraltro già sperimentate nel secondo Novecento.
La linea ufficiale del Pd sui fatti di Colonia ad esempio è “certo dispiace, soprattutto perché questi fatti alimentano le campagne d’odio della destra. E non dimentichiamo che la maggior parte delle violenze sulle donne non le compiono gli immigrati ma i mariti”. Non fa una grinza.
Il Corrierone si è spinto ad ipotizzare che gruppi di estrema destra abbiano aizzato gli immigrati per poi cavalcare il risentimento popolare. Magnifico. E contando che le scene di Colonia si sono viste anche ad Amburgo, Francoforte e altre città, questi gruppi di estrema destra sarebbero talmente ben organizzati da far presagire l’imminente avvento di un nuovo Führer. Sic (sic, e forse anche sob!) Heil.
Le tv di regime hanno dato invece il proprio meglio raccontando le manifestazioni del sabato pomeriggio a Colonia, accreditando la tesi della pericolosa deriva xenofoba. Anche se, contrariamente a quanto avviene quando a sfilare sono anarchici e black-bloc, sono stati gli organizzatori stessi a chiedere ai manifestanti del movimento identitario Pegida di disperdersi per evitare problemi con la polizia. Viene da pensare che se lo stesso pugno di ferro fosse stato usato la notte di San Silvestro magari ci saremmo risparmiati qualche decina di denunce per molestie, stupro, lesioni e rapina.
Insomma, la nuova linea (che poi tanto nuova non è) è che il vero rischio per la sopravvivenza della nostra decadente civiltà viene dalle destre pericolose che fomentano l’odio e le paure dei cittadini sprovveduti. E per dimostrarlo tornano gli anni d’oro dell’eskimo in redazione, quelli in cui le Brigate Rosse erano “sedicenti” e anzi erano addirittura “nere”, quelli in cui la realtà veniva sovvertita per avvalorare i teoremi della sinistra.
Poi alla cruda realtà italica ci riporta il governo Renzi. Nel momento in cui la Merkel si rimangia le politiche degli ultimi sei mesi, il premier socialista slovacco chiude le porte all’immigrazione islamica (!), persino Svezia e Danimarca ripristinano i controlli alle frontiere, i geni del Pd (con l’appoggio dei grillini, ricordiamolo!) decidono che è tempo di abolire il reato di clandestinità, salvo poi ripensarci poche ore dopo.
Poiché non è credibile che un cinico calcolatore come Renzi si sia improvvisamente rimbambito e tantomeno che si sia fatto intimorire dal coniglio Angelino, viene da pensare che immigrazione e adozioni gay siano le armi di distrazione di massa usate in questi giorni per nascondere gli intrecci opachi tra Banca Etruria, papà Renzi e papà Boschi. Ma questa è un’altra storia. È la storia di un’altra “colonia”, con la C rigorosamente minuscola.

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