Si, mi sono recato a vedere l’ultima fatica di Checco al cinema, l’ho fatto in aperta contrapposizione alla dominante vulgata intellettuale dei critici che da sinistra con malcelato snobismo lo hanno dipinto come l’erede dei cinepanettoni e per confrontarmi con chi da destra invece gli strizzava l’occhio rinvenendovi un barlume di speranza, un’ancora di salvezza nel mare aperto della sua evidente aridità culturale recente.
Vorrei da subito fugare qualsiasi dubbio in merito, cari intellettuali alla disperata ricerca dell’icona nazional popolare, vi siete presi una sola non da poco.
Checco Zalone miscela il buonismo dell’italiani brava gente di democristiana memoria, un cattolicesimo neodem buonista e dimessamente rassegnato alla Bergolieide, a subire la forza gravitazionale dei cambiamenti che vuole farci credere il presente imponga.
La perfetta aderenza alla parabola renziana è condita con un attacco costante e palese alle comuni e ormai evanescenti certezze del lavoratore italiano, attaccato sino a qualche generazione fa in maniera viscerale al mito del posto fisso e alla famiglia come punto di partenza di qualsiasi impresa.
Il film, che non possiamo valutare come mero intrattenimento ma che con il sorriso questa sovrastruttura tende a confondere, è in aperta sintonia con lo stato attuale del renzismo liberal progressista.
Il nostro protagonista infatti, assunto nella pubblica amminstrazione e facente parte a una categoria dipinta in termini grotteschi di impiegato pubblico viene letteralmente investito dalla riforma della pubblica amministrazione, divenendo una sorta di paladino dei diritti acquisiti, ben trincerato dietro alle sue conquista, l’obbiettivo e l’ossessione della cattiva di turno, colei che il governo ha assegnato al ruolo di suprema moralizzatrice e persecutrice dei raccomandati di turno.
Impone quindi una serie di improbabili trasferte al protagonista, costretto ad uscire dal suo ambiente per avventurarsi in contesti improbabili quanto distanti da tutte le sicurezze del suo contesto famigliare.
La Norvegia, dipinta come la terra d’elezione del senso civico, della multiculturalità, del concetto di famiglia aperta sconvolgerà le sue certezze, l’amore farà da apripista per questa rivoluzione interna.
Il risorgere tardivo d’orgoglio di un’emotività nostrana, la visita nella liberale Norvegia della famiglia italiana è una mera reazione istintiva e muscolare destinata a scomparire, quasi un orpello di un passato destinato a venir fagocitato dal senso comune.
Il film diverte e scorre piacevolmente, è un perfetto strumento di intrattenimento di massa, miscela un’ironia naturale e un’emozionalità mediterranea forte e ha il ritmo e la suspance dei successi assicurati.
Detto questo è la perfetta evoluzione neoberlusconiana e renziana, televisiva e divertita, macchiettistica al punto giusto, italica nelle sue forme più autoironiche e compiaciute, ma nel contempo è quella preconizzata dalle uscite edonistiche da Domenica Cinque che strizzano l’occhio ai pax, alla confusione della famiglia tradizionale, al multiculturalismo anonimo e relativista, al grottesco al limite del circense.
Finisce con l’essere un festival dei buoni sentimenti ma lascia sul campo un senso di incompiuto come tutte le opera che vogliono incentivare i cambiamenti e non forzarli esplicitamente, smontando.
Sottovalutiamo come oggi il cinema sia specchio, ma talvolta anche sottile strumento per promuovere la sensibilità collettiva, chi pensa che siano solo quattro risate sta già traghettando nella confusione moderna che il nuovo ordine di cose vorrebbe con ogni mezzo, esplicito o indiretto, imporci.
Provocatoriamente dico… lunga vita a Boldi e De Sica!

 

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