Esistono molti Islam e molti interlocutori: prima di farne una questione di principio e di libertà religiosa, la politica e le istituzioni devono imparare a distinguerli tra di loro. Incoraggiando ove possibile il dialogo, ma evitando le trappole fondamentaliste di chi mira a ghettizare l’Islam per poi strumentalizzarlo e usarlo a proprio favore. Tutto ciò sintetizzato nella esemplare vicenda della (futura?) moschea di Bergamo.
Nel 2014 Gori (PD) vince le elezioni amministrative e diventa sindaco di Bergamo: nel suo programma elettorale, la costruzione di una moschea in città. A Bergamo esiste di fatto un solo centro culturale islamico ufficiale, che diviene così l’interlocutore dell’amministrazione. Alla fine del 2015 in questa comunità islamica si crea una frattura che porta all’elezione di un nuovo presidente, ma l’ex presidente aveva nel frattempo acquistato (all’insaputa di tutti, di qualcuno, di nessuno? Non è chiaro) un’area e ivi cominciato i lavori per la nuova moschea. Comune di Bergamo e Polizia bloccano immediatamente i lavori in quanto l’area è a destinazione commerciale. La nuova presidenza del centro islamico inoltre accusa il vecchio presidente di essersi appropriato dei 5 milioni di euro donati dal Qatar al centro islamico per la costruzione di una nuova moschea, che secondo il tesoriere dell’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia sarà “la più importante d’Italia”. Seguono sequestro del cantiere (poi dissequestrato) e dei 5 milioni. Si creano tensioni interne alla comunità islamica tra i sostenitori dell’ex presidente e sostenitori del nuovo, che annuncia come comunque il progetto moschea proseguirà “su un’area di 10.000 mq”.

Molti Islam, troppi Islam?
Non c’è un solo Islam, ma molti e spesso, come è di drammatica attualità, in feroce conflitto tra di loro. Questi Islam giungono in Europa e si mescolano tra loro, con sintesi più o meno efficaci: l’Islam di conseguenza trasferisce le proprie divisioni in Europa e la mancanza di un clero organizzato lascia spazio a predicatori il cui seguito dipende dal carisma personale e dai mezzi a disposizione. Nelle metropoli arriva a crearsi forte concorrenza tra le diverse confessioni islamiche, ma anche tra i differenti “esponenti” della medesima confessione, con il fine di divenire di riferimento all’interno della propria area.

La grande scommessa araba
Le petrolmonarchie hanno enormi interessi in Europa. Gi islamici europei votano, quindi controllarli significa avere un peso politico. Può essere intenzione delle petrolmonarchie accreditarsi come riferimento culturale-confessionale, soprattutto considerate le previsioni demografiche quanto alla crescita delle comunità islamiche in Europa? L’ipotesi potrebbe rispondere a molte domande. Ad esempio, perché investire cinque milioni di euro per costruire una moschea nella pia Bergamo: esserne la prima moschea significa ottenere la primogenitura e il controllo di fatto della comunità musulmana a Bergamo. La moschea sarebbe un vero centro culturale, con negozi e scuole, sullo schema di quelli che il Qatar sta finanziando in tutta Europa;  e specialmente in certe banlieu parigine, dove le scuole coraniche a breve supereranno per iscritti quelle “laiche” statali. Il Qatar, uno stato di 2 milioni di abitanti, può così ambire a influenzare attraverso la clausola confessionale fino a 5 o 6 milioni di cittadini europei di credo islamico nella sola Francia. E i loro voti.

Né buonisti né cattivisti
Queste due constatazioni rendono urgente la riflessione sul controllo che lo Stato italiano e gli enti locali, Regione e Comuni, possono e devono avere sulla scelta della “primogenitura” a questo o quel centro islamico, specialmente nei centri minori. Una legittimazione che ha un peso politico ben superiore alla questione di principio. Su questo piano occorre liberarsi da pregiudiziali ideologico-confessionali, concentrandosi sulla questione pratica. Non cadiamo nel superficialismo buonista del “tutti uguali”: quello delle petromonarchie sarebbe un investimento economico che utilizza strumentalmente la religione per il proprio ritorno politico. La religione non è il fine, ma il mezzo. Ricordiamo però anche che chi opera in quest’ottica ha interesse alla ghettizzazione e alla radicalizzazione religiosa, fenomeni che pur in negativo aiutano la nascita di una comunità coesa, facile da strumentalizzare: e il cattivismo, il dire solo no, in questo senso può essere dannoso quanto il buonismo.

 

 

 

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