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Ho letto solo alcuni (non tutti) i lavori in campo storico di Indro Montanelli con la consapevolezza di percorrere pagine gradevoli ma inconsistenti dal punto di vista scientifico, cioè storiografico. Con lo stesso spirito intendevo seguire lo scritto di Corrado Augias, donatomi in occasione delle recenti festività da un carissimo parente. Avevo intenzione di ripercorrerlo con la dovuta attenzione, necessaria per afferrarne senso e logica e gradirne il “talento narrativo”.

Negativo, al limite del fastidioso, è risultato l’impatto con la fascetta editoriale, roboante e carica di soverchio amor mei ,“la nuova inchiesta “, come se lo scritto, ero tentato di definirlo sofisticato pamphlet, volesse rappresentare lo sconvolgimento di dati acquisiti da secoli. La mia posizione sfavorevole si è accresciuta nell’intendere i risvolti, carichi di un immoderato dolus bonus, e nell’esaminare l’elenco delle “numerose letture”, compiute “nel corso degli anni”, varie cronologicamente ed eterogenee fino alla confusione.

Convinto della mia risoluzione, ho constatato che la agilità espressiva si trasforma in tortuosità nei passaggi in cui si addentra, o meglio si avventura, nell’ostico campo teologico – dottrinale del tema scelto. Per queste riserve profonde e radicali avevo stabilito di non curare una scheda – riflessione, se non fossero emersi con il succedersi delle pagine passaggi cruciali, sui quali è impossibile mantenere il silenzio e sorvolare.

Appare del tutto banale e superficiale (p.17) la contrapposizione individuata tra Romani ed Ebrei, che “giudicavano ridicole approssimazioni del divino le loro [dei Romani] scadenti deità che riflettono ogni umano difetto, incomparabili con il valore assoluto del loro ineffabile solitario iddio, incorporeo ed invisibile, puro, benedetto, eterno spirito”. Appare convintamente giustificatoria della condanna inflitta a Gesù (p.28) la frase “più si cerca nelle vicende di quella provincia e nella vita di quest’uomo più si scoprono possibili motivi di ostilità nei suoi confronti. La tragedia [solo tragedia?] che s’è consumata in quelle poche ore diventa più comprensibile ma più complicata di come i testi edificanti tendono a rappresentarla”. Augias, a differenza dei “testi edificanti”, trascura gli effetti, le ripercussioni e soprattutto i contenuti di una predicazione nuova su un alveo vecchio ed in via di progressivo, anche se lento, esaurimento.

L’autore, a proposito della soggettività delle ricostruzioni, non tiene a mente l’emblematico caso verificatosi all’interno di un istituto scolastico francese con l’episodio del carretto rovesciatosi in cortile e rivisitato in maniera assolutamente personale da tutti gli studenti che vi avevano contemporaneamente assistito. Così è del tutto scontato e non solo “verosimile” che i redattori, non cameramen, abbiano riportato i fatti relativi al sacrificio di Gesù sulle proprie impressioni ( e non delle “convinzioni” e delle “opportunità dettate dal momento”, come strumentalmente sostiene Augias a p. 195).

Superando le pagine in cui il poliedrico scrittore sbrigativamente liquida i secoli dell’”antisemitismo cattolico”, ovviamente demonizzato (p.196 e p. 200), con i passi determinanti e di rilevanza del tutto speciale (p.217, p. 219 e p. 220). L’editorialista romano de “la Repubblica” esprime l’avviso che ai nostri giorni i cristiani parlino “poco della resurrezione dalla morte” e di una “Chiesa cattolica [che] non insegna più che il sacrificio della croce è il prezzo da pagare per essere riscattati dal peccato delle origini”. Il giornalista considera “quanto sia fuorviante l’idea della resurrezione di Cristo come conferma della sua divinità, della verità esclusiva della fede cristiana e, insieme, come garanzia della finale resurrezione dei morti”.

Se è vero, con comprensibile giubilo di Augias, il persistente e dilagante, salvo momenti o periodi non molto duraturi, sbandamento dell’identità cattolica (sono di questi giorni da un lato la presentazione del Dizionario elementare di apologetica e dall’altro la posizione debole della gerarchia sul tema delle “unioni civili”), è altrettanto vero che lo sgretolamento diventerebbe dissoluzione, se non si continuasse a credere nelle parole del fariseo di Tarso, un tale Saulo, per noi San Paolo. Il “funesto cervellaccio”, secondo l’etichetta della “bestia nera” dei radicali, tale Nietzsche, ripresa da un compiaciuto Augias, ha scritto per noi “Se Cristo non è resuscitato, vana è la nostra fede” ed “Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba, e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati”.

 

CORRADO AUGIAS, Le ultime diciotto ore di Gesù, Torino, Einaudi, 2015, pp. 246. Euro 20,00.