th-9

Stenio Solinas,uno dei pochissimi giornalisti autenticamente di destra, penna libera, sopravvissuti tra quelli de “Il Giornale” alla sostanziale “renzizzazione”, camuffata ma non troppo, ha raccolto un’intervista dalla leader del “Front National”, presente a Milano al convegno dal titolo retorico ed anarchicheggiante “Più liberi, più forti un’altra Europa è possibile”.

La Le Pen ha denunziato il clima esistente nella sua Nazione, simile a quello a ben noto, tipico della sinistra sotto ogni latitudine, violento, prepotente, ipocrita e bugiardo. Ha avuto poi buon gioco nel ricordare il provocatorio appello del presidente del Consiglio alla guerra civile in caso di un suo successo, ottenuto con un colpo di Stato ma dal libero consenso elettorale. E’ però, purtroppo per lei, caduta in un macroscopico errore storico ed oramai storiografico con l’identificazione di un totalitarismo comune ideologico – politico, nazismo – fascismo, contrapposto al comunismo “sovietico ed internazionale”, come se non avessero la stessa inalterabile matrice, le esperienze delle dittature cinesi, cubane, titoiste, tedesco orientali, mongole, nordcoreane ecc.

Con ragione ha individuato gli “avversari in campo”, l’islamismo fondamentalista ed il mondialismo economico, di fronte ai quali, per debolezza, per servilismo, per incapacità né l’Europa né gli Stati Uniti hanno saputo trovare “una visione politica, una strategia comune”.

Giustamente – e finalmente aggiungiamo – la “bionda signora” rifiuta di essere “schiacciata” sul tema dell’immigrazione, perché, correlati ed inscindibili, sono i problemi della moneta e delle banche.

“Siamo dominati – avverte la Le Pen – da strutture internazionali [che sarebbe più realistico e veritiero definire lobbies] che nessuno controlla”, presenti e determinanti in diversi Paesi, tra cui , è noto anche ai sassi, l’Italia.

Ricorda, ma la maggioranza nel parlamento europeo purtroppo è costituita dai partiti antistatali e contrari alle identità patrie, che “ non c’è sovranità senza moneta nazionale”. Non può non condividere gli atti di accusa del pontefice come dei suoi predecessori “contro il mondialismo, contro l’economia del puro profitto, contro la mercificazione dei corpi”. Coglie – non senza ragioni – il punto cruciale nella “diversità culturale: siamo il prodotto di una storia particolare, addirittura di una geografia particolare. Il mondialismo persegue un’idea della coesistenza forzata, in nome della mescolanza delle culture, che è all’antitesi di quello che siamo, come nazioni, come popoli”. A questa analisi si può aggiungere, doverosa ed indispensabile, la critica sullo strapotere degli interessi economici, commerciali ed industriali, capaci di ignorare – senza provocare proteste – sacrosanti limiti politici, come quelli gravosissimi con la Cina e con l’Iran, in nome del principio “pecunia non olet”.

La “simpatica signora bionda”, però come gli uomini al potere in Gran Bretagna, interessati pesantemente dall’immigrazione, non ne ha mai spiegato le vere radici, causate dal colonialismo, perché solo in Italia, dove hanno dominato e continuano a dominare (con i governi Berlusconi si è arrivati a proclamare l’accantonamento della legge scolastica di Giovanni Gentile) la sinistra e il centro veterodemocristiano, si demonizza e calpesta il passato.