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C’è un virus, dentro il mondo della destra, un virus che sembrerebbe difficile da debellare.

E’ il provincialismo che caratterizza scritti e discorsi di tanti amici pieni di buona volontà e carichi della voglia di costruire o ricostruire una destra con la D maiuscola.

Provincialismo delle analisi anzitutto.

Si direbbe che la tragedia politica che stiamo vivendo abbia insegnato poco o nulla quanto a leggere il mondo, leggerlo per provare a capirlo.

Si parla del mondo globalizzato quasi sempre solo per slogan. Si ripetono schemi ideologici che mal si conciliano con la realtà circostante. E non ci si rammenta che è col mondo che ci dobbiamo confrontare e che è nel mondo che dobbiamo vivere. Destra sono idee, valori, progetti ma anche realismo.

L’utopia appartiene alla sinistra, il realismo alla destra.

Intendo dire che le riflessioni che si leggono mancano quasi sempre di uno sguardo ampio, dilatato, gettato fuori dalla finestra di casa, uno sguardo appunto sul mondo che è sempre più vicino a noi perché si è tremendamente rimpicciolito.

Un esempio: il Trattato commerciale Europa-NordAmerica. Semmai dovesse essere varato questo Trattato sarebbe per l’Europa una micidiale catena fatta di norme-capestro che soffocherebbero la capacità espansiva del nostro continente. Un Trattato che cambierebbe la vita dei popoli e quindi dei singoli. Sarebbe una svolta ulteriore verso lo smantellamento della nostra identità.

Chi ne parla? Eccetto un libro scritto oltralpe (da Alain de Benoist) e tradotto in Italia, non ne parla nessuno.

Eppure nel mondo fatuo della comunicazione esasperata e ridondante di oggi, dove tutto arriva in un attimo alle orecchie della gente ma poco o niente arriva ai cervelli, il consenso lo si raccoglie con le “volate lunghe”, per dirla con i ciclisti, cioè partendo da lontano, scegliendo di avere da subito il monopolio degli argomenti che arriveranno, dei problemi che andremo a dibattere, dei temi che si affermeranno nelle discussioni pubbliche e private. Senza avere paura di stare controcorrente.

Partire da lontano per ripartire, insomma.

Pensate, in Francia, nella Francia dove una destra con la Fiamma tricolore si è imposta contro tutti e contro tutto, c’è chi questo cammino lungo lo ha cominciato con successo.

Non alludo solo al grande lavoro che da decenni sta facendo Alain de Benoist ed anche a quello delle intelligenze che dalla Nouvelle Droite sono uscite per svariati motivi (un nome su tutti, quello di Robert Steuckers). Alludo a chi, pur avendo ricoperto nel passato incarichi politici di primo livello, preso atto che una fase della propria vita politica si era chiusa, si è messo a studiare ed a far studiare il mondo che ci circonda, cioè l’acqua nella quale nuotiamo.

Alludo a Pascal Gauchon.

Alla fine degli ani Settanta era il segretario del Parti des forces nouvelles (PFN) che aveva fondato poco prima con altri amici. Fu coprotagonista dell’Eurodestra. Fece battaglie di piazza con buoni successi. Ma la legge elettorale francese non lo premiò come, allora, non premiò il Front national di Le Pen. Ma questo è un altro discorso.

Da allora Gauchon ha attivato altri interessi. La geopolitica soprattutto, della quale è docente. Dalla sua determinazione e dalla sua passione ma soprattutto dalla sua competenza è nata quella che è oggi la più bella rivista francese di geopolitica, “Conflits”. Un bimestrale sul quale scrive la crema dei cultori, non solo francesi, della materia. Venduta anche nelle edicole (e non solo in quelle di Francia), è molto diffusa fra i giovani universitari: il 70 per cento degli abbonati è entro i 35 anni di età. E’ una rivista bimestrale credibile, fatta bene, documentata.

Dalla rivista è nato il Festival di geopolitica che ogni anno si svolge a Grenoble con la partecipazione di centinaia di persone.

E tutto questo in un Paese, la Francia, nella quale la geopolitica non è davvero un oggetto misterioso. La Francia, come si sa, ha parecchie cattedre universitarie di geopolitica, un numero incredibile di think-tank e di Fondazioni che si occupano stabilmente della materia, pubblica tante riviste dedicate alla materia, alcune da svariati anni. Eppure uno che qualche anno fa era un “capo dell’estrema destra” è riuscito a scavare con successo un proprio sentiero dentro un bosco assai affollato.

Pubblica analisi, interventi, studi che fanno riflettere, riflettere prima di agire.

E pensare che noi, Italia, noi, destra italiana, abbiamo tra le nostre radici dimenticate un personaggio, Ernesto Massi, che, poco prima della guerra, fu il fondatore e il direttore di una testata che si chiamava molto semplicemente “Geopolitica”, fondata su sollecitazione di Giuseppe Bottai. Dopo la guerra Massi fu epurato dall’insegnamento universitario. E solo dopo molto tempo ottenne nuovamente la cattedra di geografia a Roma e l’incarico di presidente della Società geografica italiana. Insomma un’autorità assoluta in materia. Fondò il Movimento sociale poi se ne andò per fondare il Partito nazionale del lavoro e quando Giorgio Almirante divenne nel ’69 segretario del MSI tornò e diventò dopo poco presidente del neonato Istituto di studi corporativi.

Insomma per uscire dal cortile di casa dobbiamo cercare. Anche nel nostro passato ed anche dai nostri vicini. Troveremo sicuramente qualcosa di utile per guardare avanti in modo più ricco e nuovo.