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Alle 9,30 del 10 febbraio 1947, una donna di 34 anni, Maria Pasquinelli, sparò tre colpi di pistola al Generale inglese Robert W. L. De Winton, comandante della 13ª Brigata di Fanteria e governatore di Pola, uccidendolo all’istante, colpito al cuore.
Dopo aver sparato, la giovane donna si lasciò catturare senza opporre resistenza o tentare la fuga. Perquisita, addosso le fu trovata una lettera nella quale le ragioni del suo gesto erano attribuite al suo tentativo di richiamare l’attenzione del mondo sulle conseguenze del Trattato di pace firmato a Parigi che gettava nel dramma le popolazioni dell’Istria, Fiume e della Dalmazia consegnate alla Jugoslavia di Tito.
Il giorno dell’attentato compiuto dalla Pasquinelli non era stato scelto a caso, era il giorno in cui a Parigi veniva firmato il trattato di pace e l’opinione pubblica italiana era scossa dalle notizie dell’imposizione dell’esodo agli italiani.
A Pola il dramma solo pochi mesi prima era stato accentuato da una strage compiuta dai comunisti jugoslavi, a Vergarola, mentre gli italiani in partenza per l’esilio stavano partecipando ad una cerimonia di addio, erano state fatte esplodere delle mine che avevano causato la morte di 110 persone (le fonti jugoslave sostennero che i morti erano stati 65 e 54 i feriti).
Una Commissione militare britannica che aveva condotto l’inchiesta sulla strage era giunta alla conclusione che non si era trattato di un “incidente” come invece sostenevano gli jugoslavi.
Il clima di terrore che aleggiava sull’esodo per le violenze inaudite che erano seguite alla fine del conflitto (le eliminazioni di italiani, le sparizioni, le foibe) era accompagnato anche da un forte rancore nei confronti degli Inglesi, impopolari per più motivi.
Il giorno successivo, 11 febbraio, avvenne il passaggio di consegne dalle autorità Inglesi a quella Jugoslave, seguito subito da ordinanze repressive: coprifuoco dalle 14 alle 7 del mattino, i giornali non uscirono, la radio locale non trasmise e le scuole furono tenute chiuse, evidentemente nel timore che il gesto della Pasquinelli fosse un segnale per una rivolta.
Maria Pasquinelli era un’insegnante nata a Firenze nel 1913, laureata in Lettere, durante il regime fascista era stata iscritta ai Gruppi Universitari Fascisti (GUF) e aveva frequentato i corsi della Scuola di Mistica Facista.
Durante la guerra era entrata nella struttura assistenziale della Croce Rossa Italiana e come crocerossina era stata inviata in Libia; dopo alcuni mesi di servizio aveva ritenuto che avrebbe potuto essere ancora più utile in prima linea, con documenti falsi, vestita da soldato, tentò di raggiungere il fronte ma, scoperta a Cirene, fu rimpatriata ed espulsa dalla CRI.
Nel 1941 ripresa l’attività di insegnante, su sua richiesta fu trasferita a Spalato, in Dalmazia e lì la colse l’armistizio dell’8 settembre 1943.
Il vuoto creato dalla fuga a Sud del Re, di Badoglio e dei loro, fra i vari contraccolpi provocò anche quello dell’occupazione della Dalmazia da parte dei partigiani jugoslavi.
Tra le violenze inaudite compiute nei confronti degli italiani, non solo quelli fascisti, ci fu anche l’arresto e la condanna a morte della Pasquinelli che si salvò solo per l’arrivo dei tedeschi, il 27 settembre successivo.
Divenne subito nota a Spalato in quel tragico settembre perché fu in prima fila nell’opera di recupero dei cadaveri degli assassinati della zona, senza tregua e riposo, si occupò dell’esumazione dei cadaveri, dell’identificazione per quanto possibile e della successiva sepoltura di quelle vittime della breve occupazione slava della città.
Il suo impegno fu così visibile che a novembre gli fu consigliato (o meglio, imposto) di trasferirsi a Trieste per evitare di fare una brutta fine.
Nella nuova destinazione continuò ad occuparsi del dramma dei dalmati raccogliendo dossier sugli episodi dei quali aveva notizie.
Trasferita ancora, questa volta a Milano con un nuovo incarico di insegnante, non cessò di pensare al dramma delle terre che aveva lasciato ed entrò in rapporti con Italo Sauro, il figlio di Nazario Sauro, il Tenente di Vascello, esponente dell’irredentismo italiano che era stato giustiziato a Pola nel 1916 (Italo aveva anche sposato la nipote di Enrico Toti) e questi l’aveva messa in contatto con il principe Junio Valerio Borghese, comandante della XªMAS.
Agli ufficiali della XªMAS la Pasquinelli consegnò i dossier che aveva raccolto in precedenza sulla Dalmazia.
Nella Decima fu deciso di utilizzare al meglio il coraggio e la passione della fiorentina e gli furono assegnati incarichi delicatissimi, il più importante dei quali fu la presa di contatto tra fascisti della RSI e i partigiani anticomunisti della Brigata Osoppo, al fine di costituire un unico blocco a difesa delle terre giuliane e dalmate minacciate dall’ondata dei partigiani di Tito.
La vicenda finì poi tragicamente, come è noto, per il Comando della Brigata Osoppo che nel febbraio 1945 fu eliminato (dopo torture) dai partigiani comunisti; tra i massacrati in quello che è noto come l’eccidio di Porzûs ci furono anche Guido Pasolini (fratello del poeta Pier Paolo) e Francesco De Gregori (zio dell’omonimo cantante dei nostri tempi).
Tra le altre missioni compiute da Maria Pasquinelli ci furono anche quelle affidatele dal ministro dell’Educazione Nazionale della Repubblica Sociale, Carlo Alberto Biggini (il docente universitario che era stato il più giovane rettore di Università, quella di Pisa a soli 39 anni), di attraversare le linee nemiche e recarsi presso presso il Governo del Sud di Ivanoe Bonomi, con incarichi relativi alla salvaguardia del patrimonio artistico italiano minacciato dalla guerra.
Alla fine della guerra la giovane Pasquinelli si trovava a Milano e riuscì a sfuggire ai massacri in città.
Il processo per l’uccisione di De Winton, si svolse davanti al Tribunale generale militare Alleato di Trieste tra marzo e aprile 1947.
La Pasquinelli – difesa dall’avv. Giannini , autodefinitosi “italiano vicino ad una italiana” – confermò la giustezza del suo gesto dichiarandosi “colpevole” e fu condannata a morte.
Respinse la proposta di chiedere la grazia dichiarando coraggiosamente che: “mai firmerò la domanda di grazia agli oppressori della mia terra”. Scattò però una mobilitazione nazionale: in tutta Italia ci furono manifestazioni in suo favore, in molte città furono raccolte firme per la concessione della grazia, nella sola Napoli furono raccolte addirittura 195mila firme che la Lega Nazionale di Trieste consegnò, raccolte in sei volumi con la scritta “Napoli domanda la grazia per Maria Pasquinelli”.
Le autorità inglesi alla fine decisero di commutare la pena nell’ergastolo. L’esecuzione della giovane donna che sarebbe sicuramente diventata una “martire”, avrebbe rischiato di innescare un moto dagli sviluppi facilmente prevedibili in Italia.
Dopo 17 anni di prigionia, Maria Pasquinelli, assistita sempre dalla Curia arcivescovile di Trieste e da monsignor Antonio Santin, vescovo di Trieste in persona, fu scarcerata anche in considerazione del grave stato di salute della sorella che necessitava di assistenza. Solo per questa ragione la Pasquinelli accettò la grazia e si stabilì a Bergamo dove è morta nel luglio 2013 dopo aver varcato la soglia dei 100 anni di vita.