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Rientrai a casa la sera che ero stravolto, una di quelle settimane di lavoro da dimenticare. Ero solo, il resto della famiglia era in giro, mi avevano detto dove ma non ricordavo; mi accasciai sul divano solo perché era ciò che di più comodo ed orizzontale si trovasse nei pressi dell’ingresso e accesi la televisione su un programma qualsiasi.

Intanto , a qualche isolato di distanza, il sindaco e la sua compagna erano appena arrivati in città da un tranquillo weekend trascorso sul lago di Como, lontano dai riti del proprio ruolo, dai sorrisi stiracchiati, dalle strette di mani, dai commenti più ovvi, dalle chiamate inutili sul cellulare. Appena usciti dall’ascensore, sul pianerottolo dell’ampia scala, il sindaco vide la porta del proprio appartamento accostata : fece il ragionamento che tutti in queste circostanze fanno, cioè “guarda che stupido sono stato, non ho chiuso casa prima di partire!”.

Ma appena entrato vide grande confusione in anticamera, oggetti vari buttati per terra, cuscini dappertutto, istintivamente si precipitò in camera da letto, dove gli armadi erano aperti e tutti i cassetti sfilati fuori in una confusione indescrivibile.

“Vieni, vieni a vedere!” lo chiamò la sua compagna, appoggiata allo stipite della porta della cucina ; il nostro sindaco la raggiunse ed entrando vide due signore sedute attorno al tavolo , affollato di cibarie, indifferenti allo sgomento dei due legittimi proprietari. Due bambini piccoli giocavano disegnando sul muro con dei gessetti in un angolo, anch’essi concentrati su ciò che sta stavano facendo.

“Ma voi chi siete ? Come vi permettete di stare in casa mia ?” urlò con voce strozzata il sindaco.

“Casa mia, casa tua, cosa vuol dire ? Noi freddo in roulotte, bambini un po’ fame, qui caldo e cose da mangiare !”. rispose la donna apparentemente più anziana.

“Cosa avete rubato in camera?” chiese decisa la compagna del sindaco.

“Rubato ? Niente, noi rubare mai, qualche volta prendere quello che serve.” disse l’altra donna.

“E tutta quella confusione dappertutto ?” incalzò il sindaco.

“Bambini molto curiosi, da bambino mai stato curioso ?”

Il sindaco si fiondò in sala e cercò con il cellulare il comandante della Polizia Locale, che di domenica sera aveva ovviamente staccato il telefono.

Allora si decise a chiamare il 112.

“Pronto ? Carabinieri? Abbiamo sorpreso della gente in casa, sono degli zin… no, dei nom..,no dei diversamente…”

“Diversamente ? Chi parla scusi, mi fornisca le sue generalità .” rispose il centralinista.

“Sono il sindaco, ecco chi sono!” iniziò a perdere subito la pazienza il primo cittadino.

“Per favore , le sue generalità” insistette il carabiniere.

“Sono Pisapia, Giuliano Pisapia !”

“Mi può scandire il nome, è la prassi.” si scusò.

“P come Palermo…”

“ o P come Pisa, no?” azzardò l’appuntato.

“Ma perdiamo tempo con lo spelling ? P come Pistoia !” urlò il primo cittadino.

“Guardi che sono un pubblico ufficiale, attenzione con le parole…”

“Anch’io sono un pubblico ufficiale, attenzione a lei. Quando arrivate ? “ replicò il sindaco.

“Mi faccia fare le opportune verifiche, poi ,se confermate le sue generalità, interverremo, abbiamo tutte le pattuglie in azione, soprattutto in periferia, abbiamo grandi problemi in fatto di sicurezza …stiamo facendo il possibile e l’impossibile” spiegò il carabiniere.

“Solita propaganda populista, a Milano si sta bene, c’è chi ingigantisce il disagio” polemizzò Pisapia.

“Mi scusi questi estranei in casa la stanno minacciando o le creano disagio? Debbo saperlo , abbiamo delle priorità .”

“So solo che sono in casa mia, che non dovrebbero essere qui, che stanno usando le mie cose, mangiando dal mio frigo, imbrattando le pareti delle mie stanze!” sbottò il sindaco, esasperato.

Mentre si svolgeva questo alterco in un altro quartiere centrale della città, un giudice rientrava a casa dopo un turno di lavoro. Aveva dovuto discutere a lungo con un maresciallo dei carabinieri, un po’ fascista, che voleva a tutti i costi mandare in galera un rapinatore. Lui lo aveva rilasciato, in fin dei conti il malvivente aveva agito per bisogno, e poi la pistola era giocattolo, e se il tabaccaio ora si trovava in unità coronarica per lo spavento, era perché non si curava bene, anzi così imparava a vendere sigarette che fanno male alla salute.

Squillò il cellulare , era la moglie :” Ciao, sono già a Rapallo, mamma sta bene, ho trovato un po’ di nebbia tra Binasco e Tortona, ma qui è una bella serata. Hai sentito Chiara? Non mi risponde, avrà come al solito il cellulare in “silenzioso” e le cuffie con la musica a palla. Dille di chiamarmi appena rientri.”

“Va bene , lo farò, adesso ti lascio perché ho la batteria scarica” salutò il giudice.

Posteggiò l’auto nel box, l’agente di scorta lo aveva già congedato, costui aveva famiglia ed era tardi.

Entrato in casa fece per accendere la luce ma tutto restò buio. Riprovò ed intanto cominciava ad abituarsi all’oscurità, cosicché intuì il passaggio di un’ombra, forse due, in fondo al corridoio. La camera di Chiara era chiusa, impossibile raggiungerla senza farsi vedere. Si infilò in cucina, dove raggiunse il citofono, l’unico mezzo di comunicazione con l’esterno. Provò a chiamare l’anziano custode che inaspettatamente rispose.

“Pronto, Antonio ?”

“Buonasera, dottò .”

“Ho gente in casa “ sussurrò il giudice.

“Ah bene, le faccio avere dei fiori, vado dal cingalese qui all’angolo se vuole.” equivocò il custode.

“Sono dei ladruncoli !” cercò di spiegarsi senza parlare troppo.

“Dei ranuncoli? Dottore non è stagione, non sarebbe più semplice un mazzo di rose, le anticipo io i soldi.”

“ E’ gente armata, forse”

“Non voglio entrare nei fatti suoi, se non sa se è amata o no, ripieghiamo sulle margherite” .

A quel punto il giudice lasciò stare, aprì il cassetto delle posate ed estrasse quel lungo coltello che a lui faceva sempre paura quando sua moglie lo usava per tagliare la verdura. Si avvicinò circospetto verso il corridoio, sempre al buio, ma appena si sporse venne travolto da una figura umana che in corsa si scontrò contro di lui. Rotolarono entrambi a terra, il giudice con la schiena contro il pavimento, sopra un uomo pesante, che cercava di divincolarsi. Un fiotto caldo lo raggiunse sul viso, al disgusto del giudice subentrò il panico, perché quel corpo era diventato immobile. Si sfilò da quell’abbraccio di morte, si alzò attonito, in quel mentre spalancò la porta di casa la figlia, che si rifugiò in un angolo dell’anticamera , le mani sul viso, terrorizzata.

“Ma allora tu non eri in casa … e io che credevo fossi in pericolo…cosa ho fatto…” biascicò il giudice, mentre il sangue si allargava per terra.

In quel momento squillò ripetutamente il campanello e venni svegliato, a fatica realizzai che erano solo le nove di sera ed ero crollato nel sonno più profondo. Andai ad aprire, era la mia vicina di casa che mi chiedeva se avessi visto o sentito qualcosa, perché pochi minuti prima aveva sorpreso due estranei sul proprio balcone che erano subito scappati e mi avvertiva che ora stavano arrivando i carabinieri. Le spiegai che mi ero addormentato , che non avevo visto e sentito niente e che ero dispiaciuto di non poterla aiutare. E questo è l’unico fatto realmente accaduto, venerdì scorso, in una casa di comuni mortali, a Milano.

Tutto il resto un sogno vivido, intenso, con i tratti dell’incubo.

Se questo racconto facesse arrabbiare il nostro sindaco, mi dispiacerebbe, ma sappia che ci sono cose che fanno più male, per esempio la sua assenza alla commemorazione delle foibe. Se un giudice si adontasse per quanto scritto, e riflettesse, avrei fatto una cosa buona e giusta.