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Negli Stati Uniti è cominciata la lunga campagna elettorale per la designazione dei candidati alla presidenza, la cui elezione avrà luogo a novembre del 2016, e stanno emergendo molte sorprese, indicative delle modifiche intervenute negli ultimi anni nel sentimento popolare americano. Precisiamo innanzitutto che le “primarie” americane sono cosa seria, non le buffonate indette dal Partito sedicente “Democratico” in Italia: lì votano solo gli elettori preventivamente registratisi spontaneamente agli uffici elettorali statali, e devono anche dire se intendono registrarsi come democratici, repubblicani od indipendenti. Quindi, non c’è nessun inquinamento del voto perché ognuno vota per il partito che ha preventivamente scelto, con tutte le modalità di una regolare elezione politica.

Cosa è accaduto in questi ultimi giorni? La sorpresa più grossa è venuta dal partito democratico dove la sempiterna Hillary Clinton (promotrice di molte fallimentari iniziative politioco-militari americane all’estero, tra cui quella siriana, quando era a capo del dipartimento di Stato) è stata ampiamente battuta, con un amplissimo margine (22 punti di distacco, 60 a 38!) dal semisconosciuto (in Europa) Bernie Sanders, che si autodefinisce “socialista”. E la nota rilevante è che l’ha battuta in uno Stato, il New Hampshire, il quale – pur essendo piccolo come abitanti – è tradizionalmente una roccaforte dell’apparato democratico; appartiene infatti alla “costa orientale”, confina con il Massachusetts dei bostoniani ed è stato il primo Stato a ribellarsi alla Gran Bretagna. Uno Stato quindi dove le dinastie democratiche, dai Kennedy ai Clinton, hanno sempre vinto.

Stavolta invece ha vinto Bernie Sanders, che si professa “socialista”: ma il suo socialismo, come appare dal programma, è molto simile a quello del welfare europeo, applicato da decenni in Svezia, Inghilterra, Germania, Italia ma che negli Usa è inesistente. Così egli ha conseguito il voto degli americani “poveri”, soprattutto dei bianchi, che hanno subito tutte le negative conseguenze della tempesta finanziaria generata dalle banche speculative statunitensi nel 2007/2008, ossia gli anni della presidenza Obama. Egli propone assistenza sanitaria pubblica per tutti, università gratis, progressività fiscale, un’imposta straordinaria sulle speculazioni bancarie. Da segnalare che suoi sostenitori più attivi sono i giovani ventenni che avevano a suo tempo effettuato le manifestazioni denominate “Occupy Wall Street” contro la finanza speculativa e le banche d’affari.

Degno di nota è poi il fatto che egli abbia raccolto finora circa 100 milioni di dollari da 800.000 donatori, con un contributo medio di 120 dollari! Denaro proveniente da gente comune, che inoltre potrebbe ripetere nei prossimi mesi quei versamenti: a differenza della Clinton, che ha raccolto la metà dei contributi ma di cui il 78% proviene da banche ed istituzioni finanziarie.

Questo fatto è fondamentale, in quanto si sa quanto sia importante per le elezioni americane la disponibilità finanziaria: occorre girare un intero continente, costituire comitati elettorali in ogni Stato, partecipare ad una serie infinita di incontri e trasmissioni, impegnarsi nelle defatiganti elezioni primarie.

Dall’altra parte della barricata, la sorpresa – che però era stata annunciata – è quella del miliardario Donald Trump, tra i repubblicani, che sempre nel New Hampshire ha conseguito il 35% dei voti degli elettori superando tutti gli altri concorrenti, dall’ultimo erede della dinastia Bush, Jeb, ai latino-americani Ted Cruz e Marco Rubio. Ma anche Trump fa leva sull’elettorato popolare: è protezionista in economia, è contro l’immigrazione incontrollata latino-americana ed islamica, e vuole più attenzione ai problemi economici interni più che all’interventismo all’estero mascherato sotto forma di “promozione della democrazia e dei diritti umani”.

Insomma, anche negli Usa sta sorgendo – sotto forme e modalità diverse – il populismo che si manifesta sia rivolta contro le oligarchie da decenni al potere (i Clinton ed i Bush), contro la politica internazionale che trascura e penalizza quella interna, contro il dominio della finanza e delle banche, sia con il desiderio di avere quei sostegni sociali che in quel Paese si debbono pagare di tasca propria (dall’assistenza sanitaria agli studi universitari, dalla pensione alla casa) insieme ad una tutela del lavoro e retribuzione più elevati rispetto alla situazione attuale (basti dire che la paga oraria minima nazionale è di 8 dollari, equivalenti a 7 euro: sia detto per inciso, è la stessa dei “voucher” diffusi da Renzi per il lavoro cosiddetto “accessorio” e che nel 2015 ha raggiunto il tetto dei 100 milioni di buoni).

In questo quadro, la campagna elettorale per le presidenziali si annuncia piena di sorprese. Probabilmente Sanders non riuscirà ad avere la “nomination” dal congresso democratico, ma non sappiamo chi potrà essere il candidato vista l’ormai crisi della candidatura Clinton, una persona molto poco rispettata; e dalla parte repubblicana forse solo un altro miliardario, il Bloomberg tornato a gareggiare, potrà contrastare Trump. La partita è apertissima.

Ma il fatto emergente è che gli americani sono stanchi di essere dominati dalle banche, dai finanzieri, dalle dinastie perpetuantesi ed anche dalle illusioni obamiane: avvertono l’inizio della decadenza della potenza americana e vogliono almeno avere sicurezza sociale in Patria.