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La comunità Europea, a fronte dell’immobilismo Italo-Sloveno, minaccia di dirottare altrove i finanziamenti inizialmente stanziati per incentivare la collaborazione e i collegamenti ferroviari tra l’ultimo porto nord-orientale italiano, Trieste e quello di Capodistria, presente a pochi chilometri dal confine italiano, in territorio sloveno, considerati sino ad oggi strategici per i trasporti inter-logistici comunitari.
Su questo fronte si gioca una delle partite di esiziale importanza per il futuro dei trasporti e del transito delle merci rivolte non solo alla vicina Austria, da sempre soggetto privilegiato della attenzioni del capoluogo giuliano, ma anche dell’Ungheria e dei paesi dell’Europa dell’Est in graduale, seppure faticosa, crescita.
In una stagione di “new wave” buonista, cosmopolita di scuola renziana e boldrinista, le posizioni delle destre sino a pochi anni fa al governo della città sono state negli ultimi anni tacciate con supponenza e modernismo da salotto buono quali ritrosie e limiti invalicabili dello sviluppo, nella convinzione che dall’altra parte del confine si trovassero sulle note dell’inno alla gioia energie pronte a cooperare attivamente per il comune benessere.
Si profilava di certo uno scenario più allettante e ottimistico della brutale visione concorrenziale che la destra triestina identificava, forte dei propri convincimenti e del patrimonio di conoscenza con il quale aveva seguito e sostenuto l’autorità portuale sino ad allora.
Come sovente accade, però, queste ideologie volano a tal punto alte dal restare inarrivabili ai più, detestabili ad esempio da coloro che dall’altra parte del confine vedono nella portualità e nel commercio una degli insperati e fondamentali cespiti di ripresa in un paese, quale la Slovenia, anch’esso osservato speciale della comunità Europea. La Slovenia era, come già identificammo per nulla propensa a dividere la torta dello sviluppo adriatico dei traffici rivolti all’est Europa, nulla è cambiato anche di recente seppure a seguito di una delle peggiori stagioni di congestione della loro rete ferroviaria e dei trasporti.
Ecco allora che il trionfalistico cosmopolitismo e avveniristico spirito di fratellanza propagandato dal Partito Democratico si scontra brutalmente con una realtà che senza troppe licenze poetiche avevamo lautamente pronosticato. Nulla è stato fatto e nessuna base concreta è stata sino ad oggi posta da Lubiana per sviluppare la Trieste – Divaccia, bretella fondamentale nell’implementazione di quel corridoio 5, ideale canale di congiunzione tra l’ovest e l’est dell’Europa.
Se l’ingenuo e improduttivo dialogo conciliativo promosso timidamente dal Partito Democratico ha prodotto questi risultati, isolando ulteriormente il confine orientale italiano dallo sviluppo verso est, è giunta l’ora per cogliere il fallimento di questa strategia e incalzare la comunità Europea, scrollandosi di dosso ulteriori fardelli internazionalisti, perché mai come oggi l’interesse Italiano potrebbe collimare con quello comunitario. L’Europa attende, ma potrebbe anche recedere dai sui intenti, rivolta com’è a manovrare bilanci e condizionare le politiche interne degli stati dalla prospettiva eminentemente finanziaria.