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Che significa oggi la democrazia? Il concetto della democrazia finisce col coincidere con l’assenza di qualsiasi informazione su essa. Il nome della democrazia oggi assume una dimensione meramente denotativa, che non connota nulla. La democrazia oggi esprime la sua idiozia. Secondo pensiero greco antico democrazia sono i cittadini che partecipano.

Alain de Benoist scriveva: «La democrazia è la forma di governo che risponde al principio dell’identità dei governanti e dei governati , cioè della volontà popolare e della legge. Questa identità rimanda essa stessa all’uguaglianza sostanziale dei cittadini, cioè al fatto che sono tutti ugualmente membri di una stessa unità politica. Dire che il popolo è sovrano, non per natura ma per vocazione significa che dal popolo derivano la forza pubblica e le leggi. I governanti, dunque, non possono essere che agenti esecutivi e devono adeguarsi alle finalità determinate dalla volontà generale. Il ruolo dei rappresentanti deve essere ridotto al minimo, dal momento che il mandato rappresentativo perde ogni legittimità nel momento in cui consegue fini o progetti non corrispondenti alla volontà generale. E’ esattamente il contrario di quello che succede oggi. Nelle democrazie liberali il primato è dato alla rappresentatività e più precisamente alla rappresentanza-incarnazione. Il rappresentante, lungi dall’essere soltanto un “commesso” incaricato di esprimere la volontà degli elettori,”incarna” egli stesso questa volontà per il solo fatto che è stato eletto. Questo vuol dire che trova nella sua elezione la giustificazione che gli permette di agire non più secondo la volontà di coloro che lo hanno eletto, ma secondo la sua propria volontà – in altri termini, che si considera autorizzato dal voto a fare ciò che ritiene giusto fare. Questo sistema è all’origine di critiche che in passato sono state dirette incessabilmente contro il parlamentarismo, critiche risollevate oggi dai dibattiti sul “deficit democratico” e la “crisi della rappresentatività» (Alain de Benoist Democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa).

Con altre parole possiamo dire che abbiamo la democrazia rappresentativa, la democrazia la democrazia diretta, e la democrazia partecipativa . Il primo modello è la democrazia che abbiamo oggi, è un sistema politico o forma di governo, appartenente alle forme di democrazia rappresentativa , in cui la rappresentanza democratica della volontà popolare è affidata, tipicamente tramite elezioni politiche , al parlamento e ai suoi membri che in quanto tale elegge con modalità differenti sia il governo che il presidente. Il secondo modello la democrazia diretta è quella forma di democrazia nella quale anche i cittadini possono, nel rispetto delle regole previste, esercitare il potere legislativo. Democrazia diretta nel senso proprio della parola, con altre parole nel senso in cui diretto vuol dire che il cittadino o l’ individuo partecipa esso stesso alla deliberazione, – cosi come scrivono i libri delle forme di governi – che lo guarda occorre che fa gl’ individui deliberanti e la delibazione che il guarda non vi sta alcun intermedio. Direi che questo modello esiste solo nel pensiero di Andreas Auer quando descriveva la democrazia diretta come “ la democrazia diretta si caratterizza per il fatto che il popolo è un organo dello Stato che esercita, oltre alle competenze elettorali classiche, delle attribuzioni specifiche in materia costituzionale, convenzionale, legislativa o amministrativa”. La democrazia diretta non è il regime che si è sviluppato durante il V secolo a. C ad Atene e nell’antica Roma. E perche il regime della democrazia ad Atene era una democrazia semi- diretta e a Roma quasi una democrazia rappresentativa. La democrazia partecipativa è un processo che prevede il coinvolgimento diretto delle persone nelle decisioni che le riguardano, che significa responsabilità e politiche dirette, e la democrazia rousseauiana è una partecipazione dei cittadini che devono trasformare profondamente anche le istituzioni elettive. La democrazia partecipativa cerca di riunire decisori.

Alain de Benoist scrive: «Ma la democrazia partecipativa non ha soltanto una portata politica. Ha anche una portata sociale. Favorendo i rapporti di reciprocità, permettendo il ricrearsi di un legame sociale, può aiutare a ricostituire solidarietà organiche oggi indebolite, a ricucire un tessuto sociale disgregato dall’ascesa dell’individualismo e della sua irruzione nel sistema della concorrenza e dell’interesse. In qualità di produttrice di socialità elementare, la democrazia partecipativa procede allora di pari passo con la rinascita delle comunità attive, la ricostituzione delle solidarietà di vicinato, di quartiere, dei luoghi di lavoro, ecc. ecc. Questa concezione partecipativa della democrazia si oppone con forza alla legittimazione liberale dell’apatia politica, che incoraggia indirettamente l’astensione e porta al predominio dei gestori, degli esperti e dei tecnici. La democrazia, in fin dei conti, non poggia tanto sulla forma di governo propriamente detta quanto sulla partecipazione del popolo alla vita pubblica, di modo che il massimo di democrazia si confonda con il massimo di partecipazione.”Partecipare”, vuol dire prendere parte, vuol dire provare ad essere parte di un insieme o di un tutto ed assumere il ruolo attivo che deriva da questa appartenenza. ”La partecipazione, diceva René Capitant, è l’atto individuale del cittadino che agisce come membro della collettività popolare”. Il che dice bene quanto le nozioni di appartenenza, di cittadinanza e di democrazia siano collegate. La partecipazione sancisce la cittadinanza, che deriva dall’appartenenza. L’appartenenza giustifica la cittadinanza, che permette la partecipazione…».

Eraclito era il primo che ha parlato di partecipazione. Diceva “Καθ’ ό,τι άν κοινωνήσωμεν αληθεύομεν ά δε αν ιδιάσωμεν ψευδόμεθα” cioè (E’ vero quel che  è condiviso. Ciò che è del tutto proprio è menzognero.) L’uomo deve partecipare alla dinamica dei rapporti sociali. Siccome, secondo Eraclito la coincidenza dell’esperienza di tutti in una determinata formulazione espressiva rende vera la formulazione e garantisce la rettitudine della conoscenza che la comprensione della formulazione trasmette. Però che cosa succede oggi? Oggi il cittadino non può decidere, perché la partecipazione popolare nelle democrazie anche più progredite non è né efficace né diretta né libera” (N. Bobbio).

Oggi abbiamo prima di tutto l’indebolirsi del potere decisionale del cittadino, e anche abbiamo l’indebolirsi delle sue facoltà critiche. Perché oggi il cittadino è consumatore, e il consumatore del mercato e il suo ruolo è quello di “comprare” e non “decidere”   per la vita o anche “negare” progetti. Essere consumatore significa della difesa esclusiva dei propri interessi, restare ancorato nel proprio particolarismo, come fosse una lobby, mentre essere cittadino, è tentare di andare al di là del proprio caso personale, prescindere dalle proprie condizioni per associarsi e condividere con gli altri la gestione della vita pubblica. La mente del cittadino vaga da un oggetto ad un altro, sedotta dai mille stimoli che la catturano senza trattenerla, un insieme la sollecita. Un altro niente la distrae, delizioso svolazzare che ci trasforma in vagabondi in pulci saltellanti da una scena all’altra. Questa è la patologia spontanea della televisione che organizza la politica, la politica video, perché la televisione condiziona pesantemente il processo elettorale. La formazione dell’opinione pubblica oggi è sempre meno espressione dell’influenza delle elite cioè intellettuali, professori, e di quella che veniva chiamata la libera stampa. L’informazione nell’epoca postmoderna è sempre un prodotto pianificato e confezionato con le tecniche della duplicità commerciale. Il cittadino oggi è operatore della virtualità e il suo procedimento è solo in apparenza. Perché vive nel fragile dei valori occidentali che vuole che la libertà non vi appaia più come azione, bensì come forma virtuale e consensuale dell’interazione, non come dramma, ma come psicodramma universale del liberalismo. Oggi viviamo la clonazione della democrazia, è l’ultimo stadio della storia della democrazia in cui il cittadino – ridotto alla sua formula astratta e genetica – si vede consacrato alla demoltiplicazione.