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Piero Buscaroli, deceduto lo scorso lunedì, era nato da famiglia illustre. Il padre era un celebre latinista. Musico e musicologo, autore di monumentali biografie su Beethoven e Bach, organista eccellente, scrittore d’arte, di storia e di politica, giornalista di vaglio, fu certamente uomo di multiforme ingegno e molteplici qualità.

Ma non voglio parlare di questo, già provvedono e provvederanno altri più attrezzati di me. Voglio parlare, invece, dell’amico e camerata, per certi versi maestro, se non di vita, di pensiero. Voglio parlare di Pierino, come l’appellavamo fra noi, significando ad un tempo il nostro affetto e la sua stravaganza.
Stravagante lo giudicai subito al primo incontro, a Modena, nel maggio 1953, in piena campagna elettorale, quella del fallimento della “legge truffa”, voluta dalla D.C. di De Gasperi.
Mi era già noto nella sua qualità di Dirigente Nazionale Giovanile del M.S.I. – uno dei cosiddetti Figli del Sole, animatore con Primo Siena, Enzo Erra, Julius Evola, Fabio De Felice, Pino Rauti ed altri, dell’alto dibattito culturale nel partito,(altri tempi e altre tempre!), promotore di riviste ardite e impertinenti, primo firmatario del Manifesto della gioventù europea (1952), in cui si definiva “il Fascismo fenomeno culturale, vera e propria visione della vita e della storia”.
Si presento’ nella spoglia cantina a fatica affittata dalla Federazione Provinciale, in via Cesare Battisti, per parlare a noi giovanissimi studenti, prima di spostarci tutti in quel di Carpi, dov’era programmato un suo comizio.
Doppio petto blu gessato, panciotto con orologio d’oro a catena, papillon color porpora, fiocco in tinta al taschino, gemelli ai polsi della camicia bianca inamidata, mancavano solo le ghette perché apparisse più un dagherrotipo ottocentesco, che un giovanotto dei nostri tempi. Erano tempi, almeno da noi in Emilia, di scontri e baruffe con i comunisti, nelle scuole,nelle strade, in città e nei paesi, ovunque ci affacciassimo per fare proselitismo e propaganda. Mi accadeva spesso di assopirmi sui banchi della mia 5a Ginnasio, dove approdavo da notti trascorse ad attaccare manifesti e a fare a botte.
Non erano tempi per damerini, come appariva Piero Buscaroli. Appariva, ma non era: ce ne accorgemmo di li a poco giunti a Carpi, nella piazza del comizio. Saliti sul palco assediato da una enorme folla tumultuante, respinta a stento da robusti schieramenti di polizia e carabinieri, Buscaroli esordi’ suggerendo agli agitati di risparmiare energie negli urli per impiegarle a lavorare più a lungo, ” almeno dodici ore, sei per voi e sei per noi, che dobbiamo fare la storia.”
Superfluo precisare che l’esordio coincise con la fine del comizio, fummo sottratti a stento al linciaggio. Da allora lo chiamammo fra noi “Pierino”. E del Pierino sagace e impertinente, generoso e bizzarro, indomito bisbetico ebbe il taglio per tutta la vita.
Per esempio, una sera, espulso un’ennesima volta dall’aula del Consiglio comunale di Bologna, vi si affaccio’ poco dopo per ammonire i colleghi e il pubblico ostile a ricordarsi ” di spegnere le luci, quando avessero finito la gazzarra”.
Per esempio, impagino’ un numero speciale della sua bella rivista “Il Reazionario” con ” carta da macellaio per una Repubblica di frattaglie”.
Per esempio, nominato Direttore del Roma (1972/75), non si accattivò di sicuro i redattori ai quali, insieme al primo saluto, regalo’ un dizionario della lingua italiana ciascuno.
Per esempio, quando, soprattutto se non solo per far dispetto al suocero, Franz Pagliani , che giustamente li aborriva come traditori, intrattenne amichevoli rapporti con il colonello Dolmann e il generale Wolff delle SS , che avevano firmato nel 1945 la resa con gli anglo-americani a Lugano, all’insaputa di Mussolini.
Per esempio, quando mi scomunico’, in verità per pochissimi giorni, con una perfida lettera, compensata poi con un’altra di umili scuse e esagerate attestazioni di stima e di affetto, per non aver annullato un comizio, già annunciato, coincidente con un incontro da Lui promosso nella sua bella casa di Strada Maggiore.
Ma guai se non tollerassimo qualche fuscello negli occhi di uomini integri e geniali come Lui, mentre sorvoliamo sovente sulle travi in quelli di tanti mediocri e meschini!
Di Lui, che segnalato, nel novembre del 2005, dal’ Ufficio Onorificenze ed Araldica per il conferimento di un’orificenza dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, rifiutò motivando: ” Detesto questa Repubblica”.
Non poteva fare altrimenti chi si dichiarava da sempre ” superstite della Repubblica Sociale Italiana in territorio nemico”.
Come mi sento anch’io e, immagino, tanti altri.
Arrivederci presto, Pierino.