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Nella desolazione di quest’attualità senza qualità vi è oggi un poeta e una nuova  “Terra desolata”. È l’ultima opera di Gabriele Marconi, Un bel lavoro.  Intenso. Denso. Temerario.

Onore dunque a Gabriele. Dopo due ottimi romanzi d’ambiente dannunziano e legionario come “Stelle danzanti” e “Fino alla tua bellezza”, ci vuole infatti coraggio, tanto coraggio, per affrontare la poesia — la grande poesia —  e inerpicarsi tra giganti come Shakespeare, Yeats e Pound, scalare Edgar Lee Master, Marinetti, Borges — “l’orbo veggente” argentino —  e il lusitano Pessoa, e poi ritrovare Plotino, gli antichi Dei, il Santo Graal, Dante e intrecciare il tutto con i ricordi di una gioventù troppo presto (è sempre presto per invecchiare…) dissolta nei ricordi dell’infanzia e svanita nel fuoco di una guerra non dichiarata o forse solo immaginata.

Gabriele, uomo di letture non banali e pensieri lunghi, riprende la lezione di Thomas Stearn Eliot — il cantore della “generazione infelice”, degli happy few reduci dalle “tempeste d’acciaio” della grande guerra —  e cerca un motivo, un perchè. Per spiegare e spiegarsi. Per capire e far comprendere un tempo crudele. Probabilmente inutile. Sicuramente sanguinoso.

Ma non solo. Attenzione, “Ritorno alla terra desolata” non è un’esercizio di retorica neo o post fascista: Marconi nulla c’entra con le terribili canzonette “militanti” della destra necrofila, in niente somiglia ai professionisti della lacrima, ai becchini che ci affligono con i loro finti dolori in ogni vera ricorrenza. Marconi, grazie al Cielo, è altro.

“Ritorno alla terra desolata” è poesia. Alta. Dominata dai toni del porpora e del pervinca, ritmata da pathos, ethos e logos. Poesia in cui alcuni — i migliori, i più sensibili, ma anche i finti cinici che hanno serrato i cuori —  potranno riconoscersi. Una raccolta di versi per ritrovarci, come nelle parole di Kavafis, tra compagni di solitudine. Tra naufraghi. In attesa di veder scorgere, finalmente, Itaca. La patria. Senza proci, senza infigimenti, senza ignavi.

 

Gabriele Marconi

RITORNO ALLA TERRA DESOLATA

Idrovolante edizioni, Roma 2015

Ppgg. 103, euro 12.00

 

 

P.S Approfittando della recensione abbiamo rivolto qualche domanda a Gabriele Marconi. Sul suo lavoro, sull’esperienza delle edizioni de L’Idrovolante, sul “senso” delle sue poesie. Buona lettura… 

«L’esperienza di Idrovolante non è mia. Nel senso che i “creatori” sono i giovani Francesco Giubilei e Daniele Dell’Orco, insieme a Roberto Alfatti Appetiti e il merito è tutto loro. Io ho semplicemente sposato il progetto come autore perché l’ho trovato bello, fresco, valido e intelligente. Ogni uscita avviene in coppia: un autore riscoperto e uno contemporaneo. Così “Ritorno alla terra desolata” è uscito insieme a “Democrazia futurista” di Marinetti, mentre “C’è un cadavere nel mio champagne” un originalissimo noir di Marcello de Angelis, s’è accompagnato con “Sindacalismo e repubblica” di Corridoni. E via andare con grandi novità che arriveranno a breve.

“Ritorno alla terra desolata” nasce da presupposti pop.
Avevo appena finito di leggere l’ultimo volume del ciclo della “Torre Nera”, di Stephen King, e nelle note finali l’autore scriveva di essersi ispirato a due opere: “Terra desolata” di Eliot e “Childe Roland alla Torre Nera giunse”, un poemetto epico del poeta romantico inglese Robert Browing. Incuriosito, sono andato a rileggermi Eliot e a leggere per la prima volta Browing, che mi ha entusiasmato per le suggestioni così magicamente vicine alla mia storia personale. E ho pensato: voglio raccontare qualcosa in versi.

Il protagonista è un uomo morto giovane molto tempo prima, che nella notte del Samhain – quando, secondo le tradizioni, si apre il varco tra i mondi e i defunti possono tornare a trovare i propri cari – si ritrova fortuitamente catapultato nel nostro tempo e il varco si richiude. Essendo già morto, non può morire un’altra volta, e così da quel momento fa di tutto per trovare una “porta” che lo faccia tornare nell’Aldilà. Per sovrapprezzo, dal momento in cui è tornato fra noi ricomincia ad invecchiare. Perciò è incazzatissimo, perché se mai riuscirà a “ritrapassare” lo farà da vecchio. Non sapevo dove sarei andato a parare, ma ho camminato insieme a lui e, attraverso i suoi occhi, ho guardato il nostro tempo con lo stupore di un uomo del passato, che non riconosce nulla di ciò che vede. Per questo la critica alla modernità, a questa modernità, non è programmata, non è organizzata: è la naturale repulsione che proverebbe chiunque fosse capace di guardare le assurdità del nostro tempo con occhi limpidi. Ovviamente, durante il suo peregrinare tornano alla luce i suoi trascorsi esistenziali e culturali (che sono i miei, ça va sans dire, e vanno da Pound a Borges, da Pessoa allo stesso Eliot, dalle tradizioni norrene a quelle classiche e medievali, fino alle canzoni che hanno accompagnato la mia giovinezza), che s’intrecciano nei versi con suggestioni a volte palesi, a volte nascoste. Qualcuna l’ho svelata nelle note, qualcun’altra ho voluto lasciarla celata: starà al lettore scoprirla, se ne sarà capace».