Mentre i tagliagole dello Stato Islamico continuano ad imperversare in Siria e in Iraq, la Libia si conferma giorno dopo giorno il nuovo terreno di scontro nel quale l’Occidente dovrà confrontarsi con il fondamentalismo islamico. La notizia della morte dei due tecnici italiani tenuti in ostaggio dai miliziani di al-Baghdadi rilancia l’esigenza di affrontare la minaccia islamista con scelte chiare e decise.

Pubblichiamo di seguito l’intervista a Loretta Napoleoni, saggista e giornalista esperta di sistemi economici e autrice, tra l’altro, del libro “Isis – Lo Stato del terrore”,  realizzata dall’Agenzia di stampa LaPresse.

Che cosa sta succedendo in Libia?

“Sta succedendo che piano piano il paese sta scivolando in una situazione analoga a quella della Siria. Anche in Libia lo stato islamico ha fatto un investimento con una presenza a livello locale avviata un anno fa”.

Perché la Libia?

“Proprio per la situazione di confusione politica del Paese. L’Isis aveva due scelte davanti: o penetrare in Libia o penetrare in Egitto. Ha scelto la prima ipotesi riproducendo il sistema già adottato per la Siria e appoggiandosi ai gruppi jihadisti già presenti nel paese. Vorrei solo ricordare che in Libia operano almeno 1200 gruppi armati quasi tutti di ispirazione islamica”.

Perché sostiene che il Libia lo stato islamico ha riprodotto e riproduce le stesse modalità operative già adottate in Siria?

“Intanto per quanto riguarda la propaganda: gli strumenti sono gli stessi e non a caso parlavo di 1200 gruppi armati sul territorio; e poi per quanto riguarda l’autofinanziamento che avviene, con conseguenze tragiche come stiamo registrando in queste ore, soprattutto attraverso i rapimenti. Quella dello stato islamico in Libia è una presenza reale, profonda; tenga conto che non una lira arriva all’Isis libico dalla Siria o dall’Iraq. Ogni gruppo si autogestisce”.

Anche con il controllo dell’immigrazione verso l’Italia e l’Europa?

“Lo stato islamico non controlla né organizza i flussi dei migranti verso le nostre coste. Semplicemente se uno scafista vuol far partire un barcone da una costa controllata dai miliziani dell’Isis deve pagare una tassa, una sorta di pedaggio. Altrimenti non parte”.

Poi c’è il contrabbando del petrolio venduto al mercato nero, altra fonte di finanziamento

“Il contrabbando del petrolio lo fanno tutti e questa non è una novità. E quindi lo fa anche lo stato islamico”.

Dopo gli ultimi attentati di Parigi molti analisti hanno detto che era la reazione alle sconfitte militari delle milizie dell’Isis dopo i bombardamenti americani e francesi. E’ così?

“Questa è più una illusione occidentale che una realtà. Io penso che non ci siano un vero e forte legame tra gli attentati in Europa e quelli in Medio Oriente. Ci sono certamente i messaggi lanciati in Occidente dai propagandisti dello stato islamico ma nulla di più. Quel che deve preoccupare è il sistema organico che lo stato islamico sta costruendo in Medio Oriente. E la risposta dell’Occidente non ha funzionato e non funziona. Basta vedere cosa è successo in Siria.

In che senso?

“I bombardamenti sulla Siria non hanno prodotto alcun vero risultato. O meglio uno lo hanno prodotto: le migliaia e migliaia di profughi che cercano riparo in Europa. Insomma il problema ora lo abbiamo noi, non l’Isis”.

Lei non pensa che il ritorno dell’Iran in un contesto geopolitico nuovo possa anche contribuire alla sconfitta dello stato islamico?

“Non credo che l’Iran sia rientrato in un nuovo alveo geopolitico per liberarci dall’Isis. Gli Stati Uniti volevano lasciare un segno forte alla fine del mandato di Obama, Teheran ha colto l’occasione per interessi economici interni”.

E allora l’Isis come si batte e si sconfigge?

“A partire dalla Siria che il vero luogo fondante di un futuro stato islamico mettendosi daccordo con Putin. Stati Uniti ed Europa, ma soprattutto Europa, questo dovrebbero fare. Temo che non succederà visto che 28 paesi, quelli dell’Unione, non riescono nemmeno a trovare un’intesa, e mi scusi la battuta, su come fare un cappuccino”.

Quindi…?

“Quindi si spaccherà l’Europa come dimostra con innegabile chiarezza la Brexit. Io sono considerata dai miei colleghi che studiano questi fenomeni una pessimista, può essere ma una cosa non posso non constatarla: l’Europa ha giocato male le sue carte, lo stato islamico no”.