th-8

«Da quando ho letto gli articoli del Messaggero Veneto sulla fossa comune non dormo più. Vecchi fantasmi aleggiano nella mia mente. Vecchi ricordi dei racconti dei miei genitori che mi turbano al solo pensiero di tutti quegli eccidi».

Inizia così a parlare Marco Lesizza. Ha preso coraggio e si è rivolto al nostro quotidiano, dopo aver letto l’ultimo articolo in cui si parlava di un secondo luogo, dopo la Cjasate di Ipplis, in cui sarebbero avvenuti gli omicidi nel 1945; quelli che sarebbero legati alla presunta fossa comune di Rosazzo. Poi ha consegnato una “memoria” al presidente della Lega nazionale Luca Urizio.

Il caso delle fosse comuni: “Ecco il mattatoio del bosco Romagno”
La testimonianza di Marco Lesizza. «Non stiamo parlando di decine di morti, ma centinaia. Li uccidevano con il martello e il piccone. Tutti lo sapevano. Tutti». Fu la stessa sorella di Marco, mentre stava raccogliendo funghi, a trovare un giorno, sepolto a poca profondità, il piede di un cadavere.

È lui stesso a condurci nel mattatoio in località Craoretto, nel comune di Prepotto, non lontano dal Bosco Romagno e dal confine sloveno.

Si chiama “Casa di Truda”. Oggi non esiste più lo stabile. Resta solo una stalla dove si trovano le catene che servivano a legare le mucche. Per arrivare serve inoltrarsi in una strada di campagna sopra una collina. La via d’accesso da Bosco Romagno è interrotta da una frana.

«Sono successe tante cose qui», dice quasi terrorizzato. E il suo racconto si fa più preciso. «Andavamo nei campi a raccogliere le pannocchie e mio padre spesso mi parlava di quanto era successo qui dal ’45 al ’47».

«Non stiamo parlando di decine di morti, ma centinaia. Li uccidevano con il martello e il piccone. Tutti lo sapevano. Tutti». Fu la stessa sorella di Marco, mentre stava raccogliendo funghi, a trovare un giorno, sepolto a poca profondità, il piede di un cadavere.

«Tutta colpa dei partigiani – continua Lesizza – affiliati a Tito, i fazzoletti rossi, quelli che volevano cedere questo territorio all’ex Jugoslavia».

A cadere sotto i colpi della mattanza persone innocenti, gente comune.

«Uccidevano chi pensavano fosse un fascista o una spia e si procuravano il cibo con il fucile».

Lesizza non entra nel merito del documento della Farnesina che attesterebbe la presenza anche di una fossa comune dove «dovrebbero essere sepolti da 200 a 800 cadaveri facilmente individuabili perchè interrati a poca profondità». «Non ho mai sentito parlare di una grande foiba – confessa –, ma sono quasi convinto che qui esistano tante fosse qui in giro».

Nè ha mai sentito raccontare dai genitori di “Sasso” e “Vanni”, come «responsabili del massacro». «Non li ho mai sentiti nominare – dice –. Mi parlavano invece di “Giacca”. E non usavano certo begli epititeti quando me lo citavano».

La condanna, spiega ancora Lesizza, aveva un nome, “potòk”, «che etimologicamente indica una fossa, un ruscello tra due colline, ma, tradotto nel gergo dei partigiani di quell’area, portava dritti all’omicidio».

«Quando una persona veniva catturata – aggiunge – veniva giudicata da un “tribunale speciale”. Subiva un processo direttamente al “comando” e se sentiva nominare “potòk” sapeva quale era la sua fine. Ti portavano in un luogo non distante, la Casa di Trude, e veniva condannato, preso a bastonate o martellate.

La gente veniva direttamente prelevata dalle campagne o dalle case, veniva “rastrellata” anche da luoghi non distanti in provincia di Gorizia, non solo dalle campagne di Manzano e Premariacco, e giustiziata».

Mentre racconta, Lesizza, continua a ribadire: «Io non sono stato un testimone diretto, ma credo ciecamente a quello che mi dicevano i miei genitori. E non sono uno spovveduto a dire certe cose. Non ho alcun interesse a dire bugie. Perchè tutti sanno di queste cose. Ma finalmente qualcuno ha deciso di parlare. Ed era giusto raccontare certe verità che nessuno ha mai osato dire».

 

Davide Vicedomini, Messagero Veneto, 3 marzo 2016