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Negli ultimi giorni il governo italiano sembra sempre più intenzionato ad intervenire in Libia, evidentemente anche su “sollecitazione” di Washington. Non a caso da oltreoceano sempre con maggior frequenza filtrano indiscrezioni sul coinvolgimento di reparti italiani nella “lotta al terrore”, quasi a voler mettere il governo di Roma dinanzi al fatto compiuto agli occhi della propria opinione pubblica.

Dall’altra parte il governo Renzi ha più volte espresso la propria intenzione – legittima — di guidare un eventuale intervento di stabilizzazione (qualsiasi cosa significhi) in Libia. Aspirazione ora “benedetta” anche dall’ambasciatore Usa a Roma. Da quest’ultimo, però, arriva anche una precisa richiesta sui numeri del contingente da mettere in campo: cinquemila uomini. Ben più dei tremila ipotizzati qualche settimana fa da un ministro Pinotti costretto, poi, ad una precipitosa marcia indietro rispetto ai suoi furori interventisti. Cinquemila uomini oltre la messa a disposizioni di basi ed infrastrutture in Sicilia; l’impiego di droni e via elencando.

Tralasciando le considerazioni di ordine più strettamente politico, una domanda si impone: ma l’apparato militare italiano è in grado di reggere questo nuovo, oneroso, impegno?

Ad oggi, incrociando fonti di stampa ed i dati disponibili sul sito dell’Esercito, solo le forze di terra impiegano 1.100 uomini nell’ambito dell’Operazione Leonte in Libano; circa 250 militari ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, nell’ambito dell’operazione Prima Parthica destinata alla formazione dei combattenti curdi (ed altri 130 dovrebbero raggiungerli a breve); in Iraq, nell’ambito dell’operazione Resolute Support sono schierati 750 militari, cui si aggiungono i circa trenta incursori del Col Moschin inseriti nella task force alleata che opera a Ramadi (altra notizia fatta filtrare da oltreoceano con evidente fastidio di Roma, poco propensa a pubblicizzare il ruolo combattente dei propri militari, buoni evidentemente solo per le “missioni di pace” nella logica del politicamente corretto). Resta ancora aperto il fronte balcanico, con alcune centinaia di uomini impegnati in Kossovo, mentre all’orizzonte si profila l’impiego di altre truppe nell’area di Mosul, a difesa dei tecnici della ditta Trevi aggiudicataria dei lavori di grande manutenzione della diga sul Tigri. Un impegno che potrebbe vedere, stando alle ipotesi circolare nelle settimane scorse, l’impiego sul campo di circa 450 militari italiani. A questi impegni si aggiungono, poi, alcune altre operazioni di minore entità.

Numeri all’apparenza minimi, ma in realtà non così esigui come potrebbe apparire in un primo momento, considerato da un lato la necessità di avvicendare i reparti in teatro e dall’altro il tempo di recupero/riordino di cui abbisognano le unità che rientrano in Patria, un lasso di tempo in cui i reparti non sono “combat ready”. Il tutto “spalmato” su un numero di pedine operative che non è certo molto ampio.

E poi c’è da ragionare su un parco mezzi ridotto, provato da pesanti cicli di impiego e con pochi fondi per la manutenzione.

La coperta, insomma, è corta e ben dovrebbe saperlo chi oggi rivendica il ruolo di guida nell’intervento in Libia. Del resto non ci si può più nascondere dietro un dito: se si taglia il bilancio della Difesa bisogna commisurare le proprie ambizioni allo strumento militare che si costruisce.

L’Italia è uno dei pochi grandi paesi europei (appartenenti o meno alla Nato) che continua a ridurre i propri stanziamenti militari. Tanto che per finanziare la legge navale (il piano di ammodernamento della flotta) o l’acquisto di velivoli o blindati si continua a far ricorsio a fondi extra bilancio della Difesa. In particolare a quelli del Ministero per lo Sviluppo Economico, quasi facendo passare per dimostratore tecnologico un caccia. E questo mentre Gran Bretagna, Polonia, Estonia e perfino la fallita Grecia superano la quota del 2% del pil per la Difesa. Per non parlare della Germania: lo scorso gennaio il ministro von der Leyen ha annunciato un piano di acquisti quindicennale dal valore di ben 130 miliardi di euro. E la Francia va nella stessa direzione.

E l’Italia? Mentre rivendica il ruolo di guida dell’intervento in Libia il governo Renzi ha portato il pil per la Difesa sotto la soglia dello 0,9%.

Navigare necesse est. Ma per navigare in questo periglioso Mediterraneo occorrono corazzate, non barchette a remi.