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Due note giornalistiche di valore non quotidiano — ambedue sul Corriere della Sera —  sono indubbiamente l’intervista a Fabio Finotti a proposito del suo “Italia, l’invenzione della patria” e l’editoriale di Ferruccio De Bortoli, dedicato al vuoto esistente (o creato) tra istituzioni e cittadini.

La patria, per il docente della Pennsylvania University di Philadelphia, viene trasformata dalla “polis” greca in un concetto territorialmente e politicamente più vasto, che non ha timore di divenire e vivere composito, con i Romani, dai quali è strutturato con valori essenziali, fatti di diritti e di doveri, tanto indiscutibili quanto ineludibili, in totale antitesi con il quadro italiano odierno.

A Dante e a Petrarca viene riconosciuto il merito, dopo la confusione medioevale delle articolazioni comunali, oggi riprodotte con le sterili ed aride “liste civiche”, di avere riconquistato, aggiornandolo il Virgilio e la sua “Eneide”. Finotti poi individua negli Stati Uniti la sola nazione “capace di creare miti fondativi”, nella pratica delle loro vicende esasperati ed esagerati in fanatismi crudi ed egoistici. Ciò è possibile dal momento che la Repubblica stellata non ha storia e non deve fare i conti con la propria storia.

Il docente giustamente individua i limiti ed i difetti dell’attuale Europa, incapace di concepire ed elaborare linee portanti comuni e durature. Ammette quindi le difficoltà nell’integrazione degli immigrati, compito e ruolo, che a ben vedere, dovrebbero essere svolti innanzitutto dalle nazioni colonialiste per secoli.

Chiude osservando che il rifiuto del concetto di “patria” è stato “particolarmente forte” dopo l’esperienza fascista, come se i seguaci di Mussolini fossero stati per 20 anni una infima minoranza e gli avversari soffocati una strepitosa maggioranza. La realtà è ben diversa ed è legata alla condotta seguita dal 1946 in avanti dalla diarchia democomunista, intenta programmaticamente con le giovani generazioni, nate a conflitto concluso, alla demolizione e alla demonizzazione del concetto di patria, sostenuto dal fascismo e da tutti i governi dell’Italia liberale.

De Bortoli, dal canto suo, dopo essere partito “con il piede sbagliato”, minimizzando la consistenza e il significato dell’astensionismo (“una certa disaffezione al voto”), recupera, scoprendo ed insistendo sul significato autentico delle sedicenti riforme dell’esecutivo.

Il quadro istituzionale – osserva l’ex direttore del “Corriere della Sera” – allontana i cittadini, li rende estranei e, visto il vuoto partitico, li rende ostili con disprezzo, ossia con la fuga. De Bortoli cita studiosi, che si sono espressi in termini duri, arrivando a considerarle “una regressione oligarchica”.

L’editorialista, pur notando che “l’affievolirsi di una democrazia rappresentativa accentua il fenomeno del trasformismo. I cambi di casacca nell’attuale legislatura sono già 342”, evita di individuarne le radici e di sottolineare l’indirizzo per la massima parte filogovernativo dei mutamenti, ottenuti con scissioni più telecomandate che sostanziali e frutto di conversioni autentiche. “I Fregoli del Parlamento” esclude possano inseguire “l’interesse generale”, attratti e coinvolti in ben altri interessi e in giochi reconditi, fondati su pirandelliani “giochi delle parti”.

Sulla scia dello studioso transalpino Pierre Rosanvallon, propone che “il governo, per dirsi democratico debba accettare momenti di valutazione del suo operato anche diversi dal giorno delle urne”. “Ma occorrono – aggiunge – cittadini informati, responsabili e convinti che la loro opinione conti davvero”. Sull’informazione si blocca la pur interessante proposta, da sviluppare con le nuove tecnologie, dal momento che sia le gazzette quotidiane sia le reti televisive tanto pubbliche quanto private sono egemonizzate e condizionate dai gruppi di potere, insediatisi a palazzo Chigi, con l’obiettivo, ormai prossimo al raggiungimento, della costruzione di un soffocante monopolio.