Il 27 marzo 1861 i deputati proclamano a Torino  “per grazia di Dio e volontà della Nazione” Vittorio Emanuele II re d’Italia. Quel giorno una fase storica — scandita da tante sconfitte e delusioni, costellata da molte illusioni e troppi caduti e illuminata da poche ma decisive vittorie — termina e un nuovo pesantissimo compito attende i governanti della nuova Italia: costruire una Nazione, una Patria. Sarà un cammino difficile, irto di difficoltà. Il 26 giugno muore improvvisamente Cavour, il sapiente tessitore dell’unità nazionale. Un autentico Pater Patriae. È una perdita terribile ma bisogna andare avanti. Vittorio n’è consapevole e nel ricordare il suo ministro avverte «La morte del conte Cavour è un fatto grave e grandemente da me sentito, ma tale luttuoso evento non ci arresterà un istante sul cammino della nostra vita politica. Gravi prove ci sono ancora riservate, ma se Dio mi dà la vita, le percorreremo impavidi e incolumi.».

Il sovrano per primo è conscio delle sfide che attendono l’ancor fragile unità. La fusione, audace quanto rapida, ha generato inevitabilmente enormi problemi politici, economici e amministrativi. In un biennio, trentacinque anni dopo il Congresso di Vienna, tutto è cambiato. Non vi sono più fossili del feudalesimo ma nemmeno frontiere, monete, dazi, istituti che dividono — e talvolta proteggono — economie chiuse. Vi è un nuovo Stato che si vuole moderno, aperto. Forte.

Ma il Risorgimento è non ancora concluso. A Roma regna ancora Pio IX, protetto dalle armi di Napoleone III e il Triveneto rimane austriaco. In più, la tragedia del brigantaggio incendia il Mezzogiorno. Per i successori di Cavour il compito è gravoso e non sempre la nuova classe dirigente unitaria si rivela all’altezza. Non a caso si preferisce affidare ai generali la repressione del brigantaggio meridionale — un’esplosiva sintesi tra ribellismo contadino, legittimismo borbonico e criminalità endemica — piuttosto che affrontare i problemi politici e sociali del fenomeno. Tra il 1861 e il 1865 l’esercito si ritrova, suo malgrado, impegnato ad affrontare un’emergenza che rischia di trasformarsi in una vera e propria guerra civile. All’efferatezza dei briganti i soldati oppongono i metodi durissimi d’ogni esercito del tempo e lentamente il fenomeno si spegne. Le cause profonde non vengono però risolte e la questione del Mezzogiorno rimane drammaticamente aperta.

Come dimostra la crisi meridionale la rapida unificazione del Paese non sempre si traduce in unità e anche le Forze Armate pagano i costi di un processo complesso. I due principali nuclei militari (quello sardo-piemontese e quello borbonico) hanno difficoltà a fondersi in uno strumento nuovo e la Terza guerra d’indipendenza sottolinea impietosamente i ritardi e le incomprensioni che affligono sia l’esercito che la marina unitaria. Nel 1866, alleata con la Prussia bismarkiana, l’Italia scende nuovamente in campo contro l’Austria, ma la preparazione è affrettata, manca l’unità di comando e l’esercito è diviso in due tronconi: il principale sul Mincio, comandato da Alfonso La Marmora, fratello del ben più brillante Alessandro caduto in Crimea, l’altro sul basso Po, guidato da Enrico Cialdini. A Garibaldi e ai suoi volontari è affidato un teatro minore. Come nel ’48 lo Stato Maggiore sottovaluta l’importanza dei corpi franchi.

Gli austriaci sorprendono le divisioni di La Marmora a Custoza e le battono duramente, Cialdini deve interrompere la sua offensiva e ritirasi sino a Modena. Le incomprensioni tra i due generali si susseguono e, sebbene gli austriaci si ritirino per fortificare il fronte prussiano, si perde l’occasione per scatenare una controffensiva. Gli eventi intanto premono: il 3 luglio l’armata prussiana sbaraglia gli austriaci a Sadowa e s’inizia a discutere di pace; al governo sabaudo necessita assolutamente una vittoria da portare al tavolo delle trattative. Si ordina così alla flotta una sortita in Adriatico e l’occupazione della base austriaca di Lissa. L’azione mal organizzata e peggio condotta, si conclude con un disastro. Nelle acque dalmate l’ammiraglio Persano si scontra il 20 luglio con la squadra di Wilhem von Tegetthof, e l’audace austriaco, sebbene inferiore di numero, sconfigge in poche ore la flotta italiana. Ma in quella terribile giornata, assieme alla meritata vittoria di Tegetthoff, si consuma uno scontro fratricida tra la marineria adriatica e quella tirrenica. Mentre la nave ammiraglia “Re d’Italia” affonda, portando con sé  318 marinai, dalle tolde nemiche si leva potente il grido “viva San Marco”. Non è una beffa: gli equipaggi asburgici sono istro-veneti — sui pennoni, ai timoni e ai cannoni vi sono genti di Venezia, Trieste, Pola, Lussino, Zara, Traù, Spalato, Ragusa — e la lingua a bordo è il veneto. Lissa è una tragedia tutta italiana.

A salvare l’onore delle armi nazionali è ancora una volta Garibaldi che sconfigge il 21 gli austriaci a Bezzecca e si porta alle porte di Trento. In pochi giorni potrebbe arrivare al Brennero. Ma la guerra volge al termine, Austria e Prussia firmano un armistizio e l’Italia è obbligata ad interrompere le ostilità. All’eroe vittorioso si ordina di sgomberare il Trentino. Garibaldi capisce e telegrafa “obbedisco”.

Concluso — con molte amarezze — il conflitto e acquisiti il Veneto e il Friuli occidentale, rimane aperta la “questione romana”. Lo Stato pontificio, sebbene ridotto al solo Lazio, resta sotto la protezione francese; annetterlo con la forza significa per l’Italia unitaria scontrarsi con Napoleone III. Garibaldi non si rassegna e — con la tacita approvazione del governo nel novembre 1867 —  guida un’incursione confidando in un’insurrezione popolare. Ma il popolo di Roma non si muove e a Mentana le truppe francesi e papaline costringono i volontari a ripiegare. Bisogna attendere il 1870 e la disfatta dei francesi nella guerra con la Prussia e il crollo del regime bonapartista. Dopo il ritiro delle ultime truppe francesi, il 20 settembre i bersaglieri irrompono nella breccia di Porta Pia e pongono fine al potere del Papa re. Roma è capitale d’Italia.

 

L’Unità nazionale. Una costruzione a metà

 

Il compimento del processo unitario è un capolavoro politico realizzato attraverso una straordinaria combinazione di fattori tutti favorevoli: il contesto internazionale, l’abilità di Cavour e di Vittorio Emanuele, l’audacia di Garibaldi, la convergenza tra “moderati” e “rivoluzionari” in un unico — quanto effimero — partito della Nazione. E in più l’appoggio, limitato ma fondamentale, di segmenti sociali popolari. Una sintesi apparentemente perfetta che in un solo biennio realizza quella che sino alla vigilia sembrava ai più un’utopia lontana. L’Italia. Indipendente e sovrana.

Ma creata la Patria, l’Italia cos’è e, per di più, chi sono gli italiani? Domande che, già all’indomani dell’Unità, si rivelano laceranti. Esauriti i trionfalismi dopo l’inaspettata vittoria, la situazione del giovane regno si rivela da subito problematica e il nuovo personale di governo, orfano di Cavour, rivela presto i suoi limiti. Drammaticamente, come sottolinea Gioacchino Volpe nella sua fondamentale trilogia dedicata all’“Italia moderna” , si scopre che «la classe dirigente italiana del suo tempo viveva troppo nell’astrazione e poco conosceva veramente il suo paese», un paese che si scopriva ogni giorno di più debole e arretrato e, in particolare nelle nuove province meridionali, terribilmente povero. Negli anni i diversi governi post unitari tentano un difficile processo di modernizzazione — accompagnandolo ad una velleitaria politica di potenza — ma i risultati restano contrastanti e il distacco tra “paese reale” e società politica aumenterà sempre più.

Significativa rimane l’analisi tracciata da Pasquale Villari dopo la poco onorevole conclusione della guerra del 1866 «Di chi è la colpa? Dei capi militari, indecisi, male affiatati fra loro, con poca fede nella vittoria? Del sistema di governo? Certo si rispose; certo, anche essi sono responsabili. Ma i municipi e le province, hanno funzionato bene? E l’iniziativa privata, individuale o associata? E il commercio, l’industria, la scienza?… la nazione italiana è ancora arretratissima; e l’esercito di una nazione così fatta, per quanto sia il meglio di essa, poco si può elevare sopra di essa. Non uscirà mai un grande esercito da un paese che ha ancora pochi e cattivi artigiani, masse contadinesche analfabete e attaccate ad un’agricoltura patriarcale, matematici e ingegneri e professori poco al corrente coi progressi del sapere, una burocrazia formata o di arnesi dei vecchi governi, o di gente cresciuta fra cospirazioni ed esili, o di piemontesi coscienziosi e fedeli ma duri e pedanteschi e lenti ad inserirsi nella vita dell’Italia unificata».

Una fragilità strutturale che, come Villari accenna, ha le sue ragioni soprattutto nelle caratteristiche minoritarie del movimento risorgimentale. Riprendendo Gioacchino Volpe, il processo unitario rimane opera di minoranze attive che, sconfitta dopo sconfitta, hanno maturato una coscienza politica e nazionale.  Ma, nonostante lo scatto generazionale che indubbiamente allarga gli orizzonti e la base sociale del movimento unitario, il Risorgimento rimane opera e speranza di pochi, per lo più appartenenti ai ceti medi. L’indipendenza nazionale è frutto di una «minoranza non numerosa, fatta di borghesi, di intellettuali, di alcuni elementi del patriziato, di artigiani guadagnati all’Italia da Mazzini. Non una classe, ma frammenti di classi diverse, dal conte di Cavour, al marinaio Giuseppe Garibaldi, dal commerciante modenese Ciro Menotti all’artigiano Amatore Sciesa ed al figlio di un modesto professionista Giuseppe Mazzini…. Ma di gran lunga prevaleva di numero la gente ostile o anche solo indifferente, inoperosa, ben chiusa nel suo vecchio guscio; la gente rassegnata ai regimi esistenti o preoccupata dei suoi interessi di casta».

Estranea o avversa al partito dell’Italia non è solo gran parte della nobiltà, ormai ridotta a ceto parassitario e residuale, ma, dato ben più grave e gravido di conseguenze negative, anche la quasi totalità del clero, rinserrato nella difesa della teocrazia romana, e soprattutto il mondo contadino, ovvero la maggioranza del popolo.

Su questa contrapposizione — forse inevitabile ma certamente funesta — tra una nuova aristocrazia politica e l’Italia “profonda” si fissa uno dei limiti del Risorgimento. Il movimento patriottico impegnato — attraverso cospirazioni, esili, manovre diplomatiche, guerre — a realizzare in solo quattro tumultuosi decenni l’agognata Unità si concentra sul problema nazionale e rimuove — nonostante gli avvertimenti di Gioberti e  la tragica eccezione di Carlo Pisacane — il problema sociale e sottovaluta la forza del cattolicesimo.

Ad errori si aggiungono errori. Se l’ostilità verso il Papa re, la conquista manu militari dei territori pontifici e persino la greve polemica anticlericale — per Garibaldi Pio IX valeva non più di “un metro cubo di letame” — e  infine l’espugnazione di Roma, rientrano nel clima del tempo e nelle necessità della Storia, altro è pensare di espellere il Papa e il cristianesimo dall’Italia. Nonostante gli sforzi di Cavour e dei suoi (pochi) veri eredi, nella nuova Italia le correnti massoniche prendono il sopravvento, irrigidendo gli ambienti vaticani che “congelano” per decenni il mondo cattolico in posizioni extra parlamentari.

I costi politici li paga in primis la Destra storica che si ritrova impossibilita a creare alleanze con blocchi sociali a lei omogenei. Da qui, nonostante le dignitose prove di governo, la sua impossibilità di strutturarsi come “partito della Nazione” e la conseguente involuzione oligarchica e trasformista.

La “questione romana” sino al 1929 rimarrà drammaticamente irrisolta. Toccherà ad un romagnolo di poca fede ma di grande intuito politico, cinquantanove anni dopo Porta Pia, chiudere la ferita.

Ancor grave, a nostro avviso, è però l’incapacità degli unitaristi di cogliere la drammaticità del problema sociale. Nei decenni che seguirono l’Unità — almeno sino a Crispi, di gran lunga la figura più interessante del tempo — il potere politico si limita ad esprimere gli interessi della grande borghesia fondiaria e industriale settentrionale e dei latifondisti meridionali. Con il grande storico abruzzese si può quindi affermare che «Il Risorgimento, rivoluzione politica, nulla o quasi nulla aveva mutato nei rapporti economico-sociali… per la gran massa del popolo, fatta più che altro di contadini, il Risorgimento era come non avvenuto: anche per la loro incapacità di volgerlo comunque ai loro fini. Il giudizio calzava soprattutto per i contadini meridionali».

La prima conseguenza è la tragedia dell’emigrazione che spopola intere regioni del Mezzogiorno  —  spegnendo per consunzione gli ultimi fuochi di rivolta brigantesca —  e disperde milioni di italiani nelle Americhe, in Francia o nel Levante. Nelle regioni settentrionali i ceti più umili — come testimoniano gli innumerevoli disordini contadini, ravvivati in Emilia da nostalgie estensi —, soffrono ugualmente afflitti dall’indigenza e dalla pellagra.

I primi segnali di ripresa arrivano solo negli anni Ottanta. Dieci anni dopo Porta Pia l’industrialismo inizia a trasformare il paesaggio sociale; in Lombardia e in Piemonte ma anche in Romagna e Liguria si forma un solido associazionismo operaio e contadino che presto scivolerà nel nascente movimento socialista o nel risorgente partito cattolico galvanizzato dalle posizioni sociali di Leone XIII. Tutto inizia a cambiare. Il governo sabaudo affronta finalmente la questione sociale e qualche buona legge viene varata e applicata. Si diffonde il mito di Umberto il “re buono” e la dinastia ritorna popolare. Le cannonate milanesi di Bava Beccaris sfateranno la favola monarchica, ma questa è un’altra storia…

Alla fine del secolo una nuova generazione — con nuovi pensieri, nuovi problemi e nuove energie — si staglia infine sulla scena italiana. Finalmente, riprendendo ancora Volpe, «si veniva allargando la base della nazione. Per un verso, il Risorgimento si allontanava, con i suoi problemi risolti, i suoi partiti esauriti, con i suoi ideali fattisi più languidi, mentre la politica spostava i suoi centri verso questioni economiche e sociali. Per un altro verso, esso riprendeva a marciare, in modo nuovo, dopo vent’anni dedicati ad assestar in qualche modo le prima posizioni conquistate, e investiva strati più profondi, neppure sfiorati dalla rivoluzione politica del XIX secolo».