Nel silenzio assordante delle massime cariche dello Stato e nel completo disinteresse delle amministrazioni locali anche questo 17 marzo è passato. L’Italia non è evidentemente degna di avere una Festa vera e grande, in grado di abbracciarla per intero nel segno della proclamata unità nazionale (17 marzo 1861). Meglio – per certuni – il 25 aprile o il 4 novembre, date controverse e tutt’altro che condivise. Meglio – per altri – coltivare i “particolarismi”, settentrionali e meridionali, piuttosto che riconoscersi in una ricorrenza, spiritualmente fondante.

Onore al merito dunque di Fratelli d’Italia – AN di averci provato, lanciando una campagna per fare del 17 marzo una festa in cui si riconoscano tutti gli italiani. La sottoscriviamo in pieno, considerando la battaglia dei simboli e della memoria la precondizione per qualsiasi tentativo di ricostruzione nazionale. Importante – ci sia consentito sottolinearlo – è non mollare la presa, rimandando l’appuntamento al 17 marzo del prossimo anno. Le campagne d’opinione sono lunghe e difficili, quando non si hanno adeguati strumenti informativi e per questo vanno condotte con continuità.

C’è però anche la necessità di fare chiarezza sulle vicende che portarono all’unità nazionale. C’è bisogno di tornare ad appassionarsi per esse, piuttosto che considerale questioni da robivecchi o da cultori della materia. E c’è bisogno di farne oggetto di analisi e di discussioni, sgombrando il campo da ogni fraintendimento. A cominciare dall’idea stessa di Risorgimento.

Se ne facciamo l’espressione, pura e semplice, dell’ideologia piemontese, quella, prima, di Cavour, poi di Giolitti, inevitabilmente arriveremo ad escludere un’ampia metà del Paese, stravolgendo l’essenza stessa del processo di integrazione nazionale. Non è solo un problema territoriale. L’ideale risorgimentale d’impronta piemontese, sostanzialmente laicista, positivista e moralistico (l’Italia buona impegnata a salvare quella “barbara” e ignorante: storia vecchia che si ripete …) ha escluso ed esclude strati consistenti della nostra cultura nazionale.

I “particolarismi” sono fattori costitutivi della nostra identità nazionale, anche se abbiamo dimostrato sul campo, quello della politica, della cultura e perfino bellico, di sapere superare ed integrare umori guelfi e ghibellini, nostalgie comunali ed orgoglio per le antiche monarchie meridionali (di Napoli e Palermo), insorgenze antigiacobine e carboneria.

Con questa realtà dobbiamo però continuare a fare i conti. Magari per scoprire un Meridione più moderno e meno “cafone” di quanto non ci ha trasmesso certa storiografia patriottarda, con la prima ferrovia italiana, le moderne industrie, la più grande flotta del Mediterraneo e la sua vitalissima cultura. Ma – nel contempo – incapace di svolgere quel ruolo “nazionale”, che avrebbe potuto riequilibrare gli eccessi dell’ideologia piemontese, ed isolato dal contesto internazionale, nella convinzione di essere protetto dai suoi confini marittimi e dal vicino Stato della Chiesa.

Potremmo/dovremmo parlare della fedeltà degli alfieri di un’altra Italia – tanto per richiamare il capolavoro di Carlo Alianello – con i loro sacrifici e le idealità del mazzinianesimo, con il suo messaggio sociale, antesignano del “Socialismo Tricolore”. E poi, giusto in clima di centenario “interventista”, dovremmo riportare in primo piano il ruolo fondamentale del sindacalismo rivoluzionario, della sua capacità di “integrare” le masse nello Stato, coniugando Patria e Lavoro, insieme a un certo Benito Mussolini, ancora socialista massimalista, e ad un Vate irrequieto come Gabriele D’Annunzio.

E’ insomma giunto il tempo di recuperare “storie” piuttosto che di escluderle nel segno di un’errata idea di unità, prendendo atto delle tante contraddizioni che ci stanno alle spalle. Riprodurle nuovamente sarebbe un’iniziativa irrealistica e fuori dal tempo. Negarle, un’operazione irrispettosa dei tanti piccoli frammenti che comunque costituiscono la nostra grande immagine nazionale. A cominciare da una data, il 17 marzo, che dovrebbe tutti unirci, almeno nella consapevolezza di una Storia comune.