Nel 25esimo anniversario della strage di via D’Amelio, ripercorriamo la storia di un’area politica e culturale che ha pagato il suo tributo di sangue nella lotta alla mafia. La concomitanza con l’apertura del processo agli assassini di Enzo Fragalà, bestialmente ucciso nel 2010 perché stava tentando di convincere alcuni mafiosi a collaborare con la giustizia, fa sì che quest’anno il 19 luglio assuma un valore simbolico ancora più evidente per chi ha combattuto da destra le “coppole storte” e i loro fiancheggiatori.

“Cosa Nostra usa il voto secondo convenienze concrete. In Sicilia avrebbe votato per candidati di tutti i partiti politici tranne il Msi”. Non si tratta di una frase propagandistica di un documento di partito, ma parte della relazione finale della Commissione parlamentare antimafia nell’XI Legislatura presieduta da Luciano Violante tra il 1992 e il 1994. La sintesi della Commissione, peraltro, era il risultato delle dichiarazioni choc del boss pentito Tommaso Buscetta sui rapporti tra mafia e politica.

La valutazione fatta da Buscetta e riportata nell’atto parlamentare, si riferiva non soltanto all’evidente collocazione della classe dirigente missina all’opposizione rispetto al sistema politico di allora, scelta che rendeva poco “appetibile” l’appoggio a candidati della destra nazionale che non avrebbero mai avuto strumenti clientelari per ricambiare eventuali sostegni da parte dei padrini, ma alla natura stessa della classe dirigente missina.

La Sicilia nel luglio del 1943 fu la prima porzione di territorio italiano ad essere invaso da una forza militare allora nemica. Tanto si è scritto sul sostegno che Cosa Nostra diede all’intelligence alleata nella fase preparatoria dell’operazione “Husky” e poi nella stabilizzazione del potere amministrativo nell’Isola. Al di là delle tesi, spesso contrastanti, che dividono gli storici, è accertato che il legame tra una parte della vecchia nobiltà terriera siciliana, circoli massonici anglofili e mafia, abbia facilitato l’ingresso delle truppe di Patton e Montgomery in Sicilia.

Cosa Nostra, tra l’altro, aveva da far pagare al Fascismo il conto dell’azione repressiva di Cesare Mori e i tanti affiliati finiti in carcere o costretti ad espatriare proprio negli Stati Uniti.  Ovvio, quindi, che la classe dirigente missina, nata nel Dopoguerra dall’esperienza dell’ultimo fascismo, fosse oggettivamente il “nemico” per i boss, anche per la scelta separatista che nella seconda metà degli anni ‘40 fecero alcuni esponenti della mafia. Scelta che non poteva non trovare negli uomini del Movimento sociale italiano degli strenui oppositori in termini culturali ancor prima che politici.

La storia della presenza del Msi in Sicilia è la storia forte di un partito innervato nel tessuto sociale locale e con livelli di consenso importanti. E gli uomini della destra sono stati determinanti, seppur dall’opposizione, in molti tornanti della vita politica regionale e locale. A Palazzo dei Normanni nel 1958 i deputati missini guidati dall’esponente trapanese Dino Grammatico furono decisivi, insieme ai colleghi del Pci, per far nascere il governo Milazzo (dal nome del suo presidente della Regione, l’onorevole Dc, Silvio Milazzo). Fu quello il primo tentativo di mettere all’angolo lo strapotere della Democrazia cristiana, che “scomunicò” Milazzo per il suo autonomismo rispetto alle volontà romane. L’esperimento durò poco, ma il Msi entrò nelle stanze del potere senza però lasciarsi invischiare in logiche che avrebbero potuto comprometterne l’integrità politica e morale.

Nel trentennio che va dagli anni ’50 agli ’80, si muovevano in Sicilia personaggi come Grammatico, che nel ’43, giovanissimo, fu imprigionato dagli Americani per aver compiuto atti di sabotaggio ai danni degli Alleati e da missino riuscì a farsi eleggere sindaco di Custonaci per quindici anni, nel periodo in cui la destra era esclusa da qualsiasi ruolo di governo. Così come fece Nino Buttafuoco, figura storica dell’Ennese, deputato all’Ars per cinque legislature e sindaco della sua Nissoria dal 1968 al 1989. E ancora  I catanesi Vito Cusimano e Benito Paolone, l’agrigentino Giovanni Marino, i palermitani Ciccio Virga e Pippo Tricoli, soltanto per citare alcuni esempi. Tutti uomini che con ruoli diversi hanno fatto la storia del Msi in Sicilia orientando il partito sempre su posizioni di assoluto contrasto a Cosa Nostra.

Una scelta che ha avuto pesanti conseguenze. Non sono mancati negli anni dell’omertà e del terrore mafioso episodi che hanno colpito esponenti della destra o personaggi che avevano una storia che affondava le radici nel fascismo. E’ tutt’ora un mistero la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, prelevato sotto casa la sera del 16 settembre del 1970 da alcuni killer e mai più ritrovato. Nato a Foggia, De Mauro in gioventù fu sostenitore del Fascismo e militò nella X Mas di Junio Valerio Borghese aderendo alla Rsi dopo l’8 settembre 1943. Con Borghese aveva un forte rapporto personale.

Nell’estate del 1945 fu catturato dagli Alleati a Milano e trasferito dapprima a Ghedi e quindi a Coltano, in provincia di Pisa.  Evaso, visse sotto clandestinità per due anni a Napoli, dapprima condannato in contumacia per una presunta partecipazione alla Strage delle Fosse Ardeatine, quindi assolto “per non aver commesso i fatti”. Trasferitosi a Palermo, lavorò insieme al fratello Tullio, divenuto poi linguista di chiarissima fama e recentemente scomparso,  presso i giornali “Il Tempo di Sicilia”, “Il Mattino di Sicilia” e “L’Ora”, dimostrando grandi doti di cronista. Le sue inchieste sulla mafia probabilmente inquietarono i padrini. De Mauro fu il primo giornalista a raccogliere le confidenze di un affiliato e pubblicare organigrammi, struttura organizzativa e rituali dei clan.

Ma secondo una scuola di pensiero che trova molti riscontri anche nella carte processuali,  De Mauro sarebbe stato eliminato a causa della sua indagine sulla morte del presidente dell’Eni Enrico Mattei, scomparso in un incidente aereo il 27 ottobre del 1962. Dietro l’episodio storico, un intreccio di interessi inconfessabili che coinvolgevano pezzi importanti dell’economia siciliana e nazionale. De Mauro, anche questo è un dato accertato, aveva preparato un dossier  per il regista Francesco Rosi che sul viaggio in Sicilia di Mattei e sulla sua morte stava preparando un film. La curiosità del giornalista lo aveva avvicinato probabilmente a scoprire alcune verità, a intravedere il luogo di incontro tra criminalità, poteri finanziarie pezzi dello Stato. In più la sua amicizia con il deputato nazionale del Msi Angelo Nicosia, probabile custode di confidenze  scottanti, indussero i boss ad eliminare un testimone importante e successivamente ad attentare alla vita del parlamentare missino.

Lo stesso Angelo Nicosia, infatti, rientra a pieno titolo nel novero dei personaggi che militando a destra fecero della lotta alla mafia una ragion di vita, pagandone un prezzo altissimo. Cresciuto nel Fuan palermitano, Nicosia fu eletto presidente nazionale degli universitari missini e nel 1953 entrò alla Camera dei Deputati dove resterà in carica fino al 1979. Soggetto politico attivissimo, dal 1963 al 1976 fu componente della Commissione parlamentare antimafia.

L’esponente almirantiano in Parlamento non lesinò denunce contro un sistema politico permeabile all’inquinamento mafioso e individuò nella ridondante produzione legislativa in materia edilizia appiglio per  i famelici artigli dei boss. Era l’epoca del cosiddetto “sacco di Palermo”, il periodo in cui i costruttori al soldo delle famiglie mafiose devastarono la città con un’ondata di cementificazione senza precedenti. In un passo della sua relazione di minoranza Nicosia attaccò il cuore del problema affermando: “Basta soffermarsi nel groviglio di disposizioni nazionali, regionali e comunali in materia edilizia, per rendersi conto del terreno fertile per ogni attività delittuosa”.

Per i padrini già inquieti per la vicenda De Mauro era troppo e prontamente arrivò la risposta nel giugno del ’70, sotto forma di una coltellata allo stomaco. Dell’agguato fu accusato un estremista comunista greco, ma per gli inquirenti e la stampa si trattò di un depistaggio, i mandanti erano certamente i boss mafiosi infastiditi dal deputato “fascista”. Nicosia riuscì a sopravvivere all’attentato, ma i postumi di quella ferita lo tormenteranno fino alla sua scomparsa, dovuta ad una emorragia interna, nell’agosto del 1991.

Nella scia di sangue che ha arrossato la destra siciliana si inserisce la morte di un altro cronista coraggioso, Beppe Alfano. Nato a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, Alfano fu un militante appassionato della destra tra gli anni ’70 e ’80. La sua attività politica iniziò nel Fronte della Gioventù, poi in Ordine Nuovo e infine nel Msi-Dn. Ma la sua vera passione è il giornalismo. In poco tempo diventò l’anima di due emittenti locali e il corrispondente de La Sicilia di Catania. La sua attività d’inchiesta fu rivolta soprattutto verso uomini d’affari, mafiosi latitanti, politici e amministratori locali e massoneria. La lotta alla mafia messinese fu al centro della sua attività di cronista. E’ sulla commistione tra appalti pubblici e interessi di Cosa Nostra che Alfano puntò la sua attenzione. Ma la notte dell’8 gennaio 1993, mentre era fermo all’interno della sua auto, tre colpi di pistola alla bocca, alla tempia ed al torace fermarono per sempre il suo cuore e le sue inchieste.

Nella lunga storia del confronto duro tra gli uomini della destra siciliana e la mafia si inserisce in un’altra veste, ma a pieno titolo Paolo Borsellino,  uomo dello Stato, con alle spalle una attiva militanza nel Fuan di Palermo e da sempre simpatizzante del Msi.

Fin dai tempi dell’università alla fine degli anni ‘50, il magistrato ucciso insieme alla sua scorta in via D’Amelio si distinse per l’impegno politico insieme ai futuri esponenti del Msi siciliano, Guido Lo Porto, Enzo Fragalà e Pippo Tricoli. Nel 1959 Borsellino venne eletto rappresentante studentesco della lista “Fuan-Fanalino”. Poi la laurea e l’impegno professionale.

A differenza di tanti suoi colleghi, l’ingresso di Paolo Borsellino in magistratura segnò la cesura netta con l’attività politica, pur mantenendo intatte le sue idee, le sue amicizie e la sua visione del mondo, il magistrato interpretò il ruolo di servitore dello Stato in modo anodino, come soltanto un uomo con l’innato senso della lealtà alle istituzione può fare.

Colonna portante del pool antimafia costituito dopo l’uccisione del giudice Rocco Chinnici, nel 1985 Borsellino fu insieme a Giovanni Falcone l’anima del maxi-processo a carico di 476 indagati per reati di mafia. Successivamente fu nominato Procuratore della Repubblica di Marsala. Nel 1992, con il trasferimento di Giovanni Falcone alla Direzione Affari Penali, Borsellino tornò a Palermo con il ruolo di procuratore aggiunto. Ma Cosa Nostra aveva ormai emesso la sua sentenza di condanna a morte per i due magistrati. Capaci e via D’Amelio resteranno per sempre nella memoria dei siciliani come i luoghi nei quali si concentrò la bestiale furia omicida dei killer mafiosi.

Dell’impegno culturale tra i giovani per la diffusione di una sana coscienza antimafia, invece, resta traccia nella presenza di Paolo Borsellino, nel 1990, alla festa nazionale del Fronte della Gioventù a Siracusa insieme all’amico e parlamentare regionale del Msi  Pippo Tricoli e agli allora dirigenti giovanili Gianni Alemanno e Fabio Granata (nella foto). “Potrei anche morire da un momento all’altro, ma morirò sereno pensando che resteranno giovani come voi a difendere le idee in cui credono: ecco, in quel caso non sarò morto invano” – fu il suo passaggio-testamento affidato alla platea di giovani missini. E due anni dopo, all’alba del giorno dopo la strage di via D’Amelio Palermo si svegliò con i muri della città tappezzati da un manifesto: “Meglio un giorno da Borsellino che 100 anni da Ciancimino”. Era il saluto dei “suoi” ragazzi.