L’invenzione del Novecento la si deve ad alcuni movimenti politici e di pensiero che costituiscono oggi il fondamento del “pensiero critico” contro il “pensiero unico”. Tra esso il dannunzianesimo, concretizzatosi nell’impresa di Fiume, ed il sindacalismo rivoluzionario che, insieme al nazionalismo corradiniano, innovò profondamente la politica italiana agli inizi del secolo scorso. Sul primo fenomeno quest’anno, in occasione del centenario della marcia su Ronchi, la letteratura è stata particolarmente copiosa.

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Si segnala, per l’originalità un libretto che era rimasto fin qui “nascosto” della cui importanza ci si renderà conto leggendolo: La questione di Fiume di Alceste De Ambris, riproposto da Idrovolante edizioni (pp.127, € 12), nel quale il “braccio destro” del Comandante offre il suo punto di vista sulle questioni che diventeranno oggetto della bozza programmatica sulla quale verrà “costruita” la Carta del Carnaro, una delle Costituzioni moderne più coerenti al proprio interno, giudicata unanimemente come un esperimento-pilota per lyre carte costituzionali. Dopo la guerra De Ambris trovò il suo mondo lacerato nonostante avesse cercato in tutti i modi di tenerlo in vita durante il conflitto. Finì per avvicinarsi ai Fasci di combattimento e a Mussolini nel 1919 per i quali elaborò un programma di attività per far fronte alla crisi economica del dopoguerra. Ma fu nell’impresa dannunziana che De Ambris scorse l’occasione per effettuare a Fiume il primo “esperimento comunalista” attorno al quale chiamare a raccolta le forze rivoluzionarie italiane.

Capo di gabinetto del comando fiumano, redasse la Carta del Carnaro la cui stesura definitiva reca però l’impronta di d’Annunzio. Lo schema costituzionale deambrisiano era una vera e propria Carta dello “Stato nuovo”, un organismo fondato sul riconoscimento del valore sociale del lavoro e sulla piena autonomia delle comunità locali, oltre che sulla democrazia diretta.

Elementi questi di derivazione mazziniana la cui influenza era esplicitamente sottolineata dallo stesso De Ambris nell’illustrazione della Carta del Carnaro: “Se una formula può riassumere il principio che ha ispirato il Legislatore, essa è la formula mazziniana: Libertà e Associazione”. Essa è, in ultima analisi, anche la formula del moderno sindacalismo.

A Fiume De Ambris gettò le basi dello “Stato dei Produttori”, esempio di genialità costruttiva per la quale, come disse, “il cardo bolscevico fioriva in rosa italiana”. E che l’impresa dannunziana fosse per De Ambris l’annuncio “della rivoluzione che dovrà liberare l’Italia” lo fece capire chiaramente con il suo primo discorso tenuto a Fiume l’11 gennaio 1920: “La politica fiumana – disse – non si limita neppure ad assicurare l’Olocausta all’Italia coll’annessione. I nostri orizzonti si sono allargati. Il nostro respiro si fa ogni giorno più ampio. Fiume oggi non significa più soltanto un lembo di terra che vuole ricongiungersi alla Madre Patria. Fiume oggi significa nel mondo un’idea ed una fiaccola: il punto di convergenza d’infinite speranze, il centro d’irradiazione d’un movimento grandioso di liberazione (…). Noi ci volgiamo a tutti coloro che ci sono fratelli nel dolore e nella povertà e ad essi tendiamo la mano alzando questa fiaccola che ha nome Fiume. In ogni parte del mondo vi sono delle vittime della stessa tirannide (…). Ve ne sono in tutti i continenti e tutti i mari e in tutti gli arcipelaghi. Forze immense, ma sparse e divise. Chi le redimerà? Ebbene, cittadini e legionari, qui Roma riprende la sua grande missione! Qui sulle rive del Quarnaro poiché qui s’affissano gli sguardi e le speranze di tutti gli oppressi, e di qui noi vogliamo forzare l’Italia a mettersi a capo di tutte le nazioni povere e sfruttate” (“Non è mai troppo tardi per andare oltre”. Discorso tenuto dall’on. Alceste De Ambris ai fiumani l’11 gennaio 1920, in “La Testa di Ferro”, l° febbraio 1920).

La Carta del Carnaro nel dichiarare fondata sulla democrazia diretta la Repubblica corporativa, comunalista, presidenziale e del lavoro, rivelò la completa metamorfosi verificatasi in De Ambris.

Il vecchio sindacalista in lui non era morto, ma si era trasformato: nella visione d’assieme, degna d’uno statista, riuscirà a contemperare le esigenze di ciascuno nel quadro d’un bene comune individuato nella necessità di soddisfare le aspirazioni dei cittadini in armonia con quelle dello Stato. In questo, soprattutto, vi fu perfetta intesa tra De Ambris e d’Annunzio uniti non soltanto nella redazione della Costituzione fiumana, ma nello spirito legionario che ne fu a fondamento, per cui le parole pronunciate dal Comandante il 31 agosto 1920, rivolte ai suoi compagni d’arme, in maniera particolare possono considerarsi indirizzate all’artefice della prima moderna Carta dei diritti e dei doveri del Novecento. “In mezzo a questo campo trincerato – disse d’Annunzio – noi abbiamo posto le fondamenta d’una città di vita, d’una città novissima. E abbiamo conciato le pietre e abbiamo squadrato le travi per la costruzione robusta.

Esaurita l’esaltante esperienza fiumana, Alceste De Ambris nel suo peregrinare politico non trovò più quelle ragioni ideali, mazziniane, carducciane, dannunziane che avevano dato il senso alla sua militanza rivoluzionaria. Riprese la via dell’esilio nel 1923, dopo aver tentato invano di convincere d’Annunzio a tornare all’azione. Probabilmente non comprese che una stagione della politica era finita, che il “mondo nuovo” sognato e toccato con mano per un breve tempo sulle rive del Quarnaro ora lo stavano costruendo quei giovani in camicia nera che nel buio del dopoguerra avevano scorto una fiaccola di vita guardando ad Oriente, alla città Olocausta dove, come s’è detto, “il cardo bolscevico fiorisce in rosa italiana”.

Potrebbe essere la sintesi della religione civile laica che si celebrò a Fiume tra il 1919 ed il 1920. Ma forse è qualcosa di più. È la sintesi dell’avvenire che, per quanti “distinguo” siano stati fatti rimane il fondamento della modernità politica rivoluzionaria italiana senza la quale molto probabilmente non sarebbe sorto il fascismo-movimento, né, tantomeno, il fascismo-regime e gli istituti creati da Mussolini e della sua classe dirigente non sarebbero neppure stati pensati.

Nella Carta del Carnaro, espressione di politica che si fa poesia e di poesia che avvolge la politica lanciandola come sentimento al popolo affinché l’accogliesse nella sua essenza profonda e se ne innamorasse (cosa che puntualmente avvenne in quell’anno miracoloso), sono racchiuse come in uno scrigno le gemme che sbocceranno e daranno un senso nuovo ai procedimenti costituzionali in Europa.

La grande, geniale novità che De Ambris e d’Annunzio introdussero nella politica costituzionale fu innanzitutto il metodo; poi il contenuto. L’uno e l’altro portavano i segni della volontà popolare trasformata nelle mani di due costituenti in una sorta di etica delle responsabilità che non si sarebbe esaurita nel tragico epilogo del Natale di sangue. Avrebbe continuato ad influenzare le aspirazioni di quanti immaginavano una Costituzione all’altezza dei tempi che coniugasse antichi istituti con le esigenze della modernità: il comunalismo, il corporativismo, l’autonomismo ed il repubblicanesimo, la democrazia diretta, il libertarismo.

Tutto ciò poteva convivere nell’esperienza che da quel lembo d’Italia sottratto alla Madre Patria da avide ed ingorde “grandi potenze” imperialiste, perlopiù affamatrici di popoli, lanciò un segno all’Europa dei rinunciatari, dei voltagabbana, degli indecisionisti. E offrì una prospettiva alle genti che sentivano insopprimibile il bisogno di riprendersi il loro destino negato dalle plutocrazie che avevano utilizzato la carneficina della guerra mondiale per costruire nuovi assetti di potere.

Sempre dal sindacalismo rivoluzionario, un altro protagonista della cultura politica del primo Novecento, Sergio Panunzio diede un contributo decisivo all’evoluzione della dottrina politica e giuridica del tempo, offrendo al movimento  la concretezza delle sue tesi ed interpretandolo come un “momento” della complessiva crescita della società civile italiana.

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Come scrive Ada Fichera nell’essenziale e penetrante “profilo” dello studioso pugliese (Sergio Panunzio, Fergen, pp.132 €10), il suo giovanile sistema ideologico rappresenta “la linfa vitale per uno spirito sindacale che, insieme a Corridoni e a Olivetti, deve essere alla base di una politica del lavoro e del futuro”. Del resto, Panunzio fin dal suo affacciarsi alla politica aveva inteso il socialismo che, ricco di speranze e di fervori innovativi, si presentava al giovane studioso ancora impregnato di umori risorgimentali e teso alla conoscenza del nuovo che si manifestava in ambito europeo. Il grande travaglio caratterizzante la vita del socialismo italiano appena costituitosi in partito politico, attrasse Panunzio al punto da fargli prendere parte alle lotte che nel suo ambito si andavano sviluppando. Perciò, giusto quanto osserva la Fichera, la sua apertura all’avvenire fu un tratto che lo contraddistinse nell’ambito del movimento rivoluzionario dell’epoca.

Giurista, politologo, giornalista, uomo politico, militante rivoluzionario, Panunzio ha lasciato nei suoi trentatré volumi e nelle centinaia di contributi polemici, in forma di articoli e brevi saggi, sparsi su giornali e riviste, la traccia di un’epoca caratterizzata da un fecondo dibattito sulle “nuove ragioni” dello Stato ed i suoi riflessi sulla vita sociale a fronte di una tremenda crisi, spirituale ed economica, originata dal mutamento accelerato dei tempi e dall’emergere di nuove soggettività politiche.

La Fichera si adopera con brillanti risultati nel sintetizzare nelle pagine che seguono la multiforme e poliedrica attività dell’intellettuale pugliese, restituendolo alla cultura italiana dopo un lungo oblio, sporadicamente interrotto da studi eccellenti richiamati in questo saggio. Agli inediti bisogni affiorati nella società italiana agli albori del secolo scorso, Panunzio cercò di dare risposte organiche e convincenti sottraendosi alla lusinga delle asettiche formulazioni meramente scientifiche: la capacità che aveva di immergersi totalmente nei problemi concreti è testimoniata dalle pagine lucide e vibranti ad un tempo delle prime opere giovanili dedicate a quel mondo ricco di umori, avventure e speranze che era il socialismo italiano. Ma non è nell’ambito del “solidarismo” e del “riformismo” che Panunzio occupa una posizione preminente e particolare. È nel fecondo crogiolo del sindacalismo prima e nella sistemazione della dottrina dello Stato fascista poi che lo studioso di Molfetta ha un posto tutto suo, e di certo tra i più elevati. In entrambi i campi l’importanza di Panunzio si spiega per due ordini di ragioni. In primo luogo perché è stato lo studioso che con maggiore vigore e concretezza ha posto al centro della sua riflessione giuridico-politica il problema del ruolo che il sindacato avrebbe dovuto svolgere in seno allo Stato; ed in secondo luogo perché per primo ha sostenuto l’idea che il sindacato nello Stato moderno doveva diventare l’organo fondamentale di rappresentanza e sovranità politica.