Man mano che ci avviciniamo alla fatidica data del referendum sul taglio dei parlamentari, qualcosa sta cambiando. Se inizialmente i “sì” erano nettamente in vantaggio, gli ultimi sondaggi che stanno circolando dicono di una sbalorditiva e imprevedibile rimonta dei “no”. In tutta Italia è così, e addirittura in Toscana sarebbero già passati in vantaggio 52% contro il 48%. È presto per sperare in un ribaltone nazionale. Curioso però considerare due fattori. Il primo è che gli “indecisi” sarebbero ben 40% (un’enormità). Il secondo è che i “no” tendono a crescere man mano che aumenta la conoscenza e l’approfondimento sull’argomento.

Per essere più precisi, la netta preponderanza dei “sì” era dovuta a una conoscenza superficiale della sostanza del quesito referendario. E già questo dovrebbe essere esplicativo. Se, infatti, ci si limita a una domanda secca, brutale, rozza: “Sei favorevole al taglio dei parlamentari per ridurre i costi della politica?” – tanto per fare un esempio banale – chi risponderebbe di no? Ma questa “solfa” è vecchia e l’abbiamo già sperimentata ai tempi di Mani Pulite, quando la cosiddetta “partitocrazia” era indicata come l’origine di ogni male, e le “toghe” sembravano eroi senza macchia, salvo poi scoprire che una volta livellata la politica, ad assumere il potere sarebbero stati i “governi tecnici”, i “poteri forti”, la “finanza internazionale”. La storia rischia di ripetersi (forse in farsa), con il taglio dei parlamentari e il referendum del 20 e del 21 settembre.

Per capire l’antifona basti pensare che la “genialata” è stata partorita dalla perversa visione del Movimento 5 stelle, quella forza che si fonda sull’antipolitica, nata con il Vaffa-Day, ispirata da un personaggio inquietante come Gianroberto Casaleggio che profetizzava “Gaia”, che voleva liquidare tutti i partiti e sostituire la democrazia rappresentativa con quella diretta della “Piattaforma Rousseau”, e che il loro agitatore antipolitico, Beppe Grillo, ha sostenuto che bisognerebbe togliere agli anziani il diritto di voto.  Il loro movimento – stando ai sondaggi – è sul punto di ricevere una poderosa scoppola elettorale, ma rischia di avere una vittoria postuma, la più importante, quella di distruggere la democrazia parlamentare, e la “dolente nota” è che questo successo rischia di regalarglielo su un piatto d’argento l’opposizione, perché a parte Forza Italia (questa volta gli azzurri hanno ragione) che pur timidamente e confusamente sembrano orientati per il “no”, le forze politiche che maggiormente dovrebbero sbarrare la strada a questa deriva, ovvero, Fratelli d’Italia e Lega, hanno scelto ufficialmente di prendere posizione a favore del sì.

Le ragioni sono ovvie: è impopolare dirsi contro, e soprattutto, è diventato troppo difficile far capire, far riflettere la gente, formulare un pensiero articolato, non si ha fiducia nella possibilità di spiegare nei minimi dettagli una questione tecnica. La politica si è infranta nella banalità e nella volgarità delle felpe, dei selfie, dei following. Perciò si scelgono “le scorciatoie”, i concetti lasciano il posto agli slogan, ma con questi puoi guadagnare consensi, ma non governi una nazione. In buona sostanza, parte di Fratelli d’Italia e Lega, sanno di essersi infilati in un cul-de-sac e che la vittoria dei “sì” sarebbe una catastrofe, ma sono costretti a fingersi a favore, salvo sperare che vincano i “no”. Una situazione grottesca.

Non tutti però sono disposti a schiantarsi contro il muro. Crescono i “dissidenti”, sia all’interno di FdI sia in Lega, sia ai vertici sia a livello locale, non pochi si dicono perplessi e si chiedono perché il centrodestra si sia “incaponito” a metter il cappello su una battaglia pentastellata che avvantaggerebbe solo i grillini e i poteri economici e tecno-finanziari euromondialisti. Sì, perché il taglio al numero dei parlamentari è un taglio alla democrazia e rischierebbe di intensificare le forze oligarchiche. Concentrando i poteri sull’esecutivo, non si tradurrebbe in un rafforzamento della governabilità, non si compierebbe per capirci, l’obiettivo di uno Stato più forte, più snello, più efficiente, più decisionista tipico dei modelli presidenzialisti tanto cari alla destra, bensì, indebolendo il Parlamento in questa fase storica nella quale i governi sono legati a doppio filo ai poteri euroglobalisti (vedi il governo italiano attuale), significherebbe fiaccare uno dei pochi argini che restano alla soverchieria del potere internazionalista.

La vittoria dei “sì”, in sintesi, indebolirebbe la sovranità nazionale, e quindi sarebbe un controsenso per le istanze “sovraniste”. La frase “È finita la mangiatoia” è un’idea demagogica di Di Battista, perché l’antipolitica è l’altra faccia della medaglia del potere globalista. Chi fa politica, non può fare antipolitica, perché l’ama, non la odia, semmai ha il dovere di migliorarla, ma per farlo occorrono idee e il movimento di Casaleggio-Grillo è capace solo di distruggere. Ecco perché al referendum dobbiamo votare “no”.