Il 27 marzo 1994 ricorre il ventesimo anniversario della vittoria elettorale del centro-destra alle elezioni politiche indette dopo gli scandali di “tangentopoli” e l’approvazione della nuova legge elettorale definita “Mattarellum” dal nome del parlamentare democristiano (Sergio Mattarella) che l’aveva ideata e fatta approvare dal Parlamento, in sostituzione della legge elettorale proporzionale che aveva regolato la politica italiana dal 1946, per quarantotto anni. Una legge che imponeva le coalizioni e tendeva ad eliminare le specificità, come si sta riprovando a fare oggi con  l’”italicum”.

In quelle elezioni, caratterizzate dall’affermazione del nuovo movimento politico “Forza Italia” fondato da Silvio Berlusconi per raccogliere gli elettori dispersi del “quadripartito” travolto dagli scandali (DC, PSI, PSDI e PLI), emerse anche l’allora MSI (non ancora trasformato in Alleanza Nazionale) che, dopo le vittorie ottenute da solo nei principali comuni italiani, dovendosi alleare con “Forza Italia” e con la “Lega Nord”, partecipò al governo con quattro ministri (Poli Bortone all’Agricoltura; Fiori ai Trasporti; Fisichella ai Beni Culturali; Tatarella alle Poste ed anche vicepresidente del consiglio).

Quel governo, com’è noto, durò solo 8 mesi e terminò nel mese di dicembre per effetto di un’inchiesta giudiziaria – poi finita nel nulla – su Berlusconi e del ritiro della Lega Nord, allora guidata da Bossi. Ma la destra nazionale festeggiò quella data come un segno di “Vittoria!” (come intitolò il “Secolo d’Italia”) ed ebbe anche importanti posizioni di potere mediante i sottosegretari e nomine effettuate in alcuni enti (ricordiamo, tra le altre, solo la vicepresidenza dell’INPS).

Ma fu vera “vittoria”? Oggi, dopo vent’anni, possiamo dire con sincerità che essa fu solo apparente e transitoria. Lo fu perché non si comprese, perché non era nella visione dell’allora segretario nazionale e di molti dei suoi collaboratori più vicini, che una “vittoria” per essere tale non deve limitarsi a conquistare le cariche apicali di ministro o sottosegretario, ma deve essere presente ed attiva in tutti i luoghi veramente decisionali ed influenti dello Stato: dai dirigenti della Pubblica Amministrazione agli Enti Culturali, dalla scuola alle istituzioni sociali, dalle associazioni di categoria agli enti locali. Ma per fare ciò occorre una “mobilitazione totale” di tutti gli uomini a disposizione, dai militanti di una vita nel partito a quelli che svolgono una funzione nei diversi ambienti sociali, culturali, locali.

Invece, nulla di tutto ciò. Erano tanti, migliaia, quelli che potevano dare un contributo e creare un tessuto connettivo di sostegno al governo ed ai ministri anche in virtù delle loro competenze specifiche ma che non sono mai stati chiamati a collaborare: anzi, se provavano a chiedere qualcosa, a proporre qualche idea, a segnalare qualche iniziativa venivano allontanati perché considerati dei “rompicoglioni” che magari volevano solo un posto…..Ed invece erano persone che il “posto” se l’erano guadagnati con anni di lavoro,  di studio e di esperienze, a differenza di altri che avevano come loro titolo di merito solo quello di essere stati, in modo diretto od indiretto, “funzionari” di partito.

E poi, la cultura. Dopo decenni di discriminazioni, di isolamenti, di negazioni si potevano ben fare alcune iniziative per diffondere – in un momento particolarissimo e favorevole – la cosiddetta “cultura di destra”, sempre invocata e mai sostenuta. Si sarebbero potute fare tante cose: creare un settimanale, costituire un “consorzio” per la distribuzione delle opere pubblicate con grandi sforzi da piccoli e volontari editori, fondare un’istituzione con una biblioteca e corsi di formazione, indire convegni internazionali di studio e di confronto (lo faceva il Msi nel 1962 con l’”Incontro romano della cultura”, organizzato da Giano Accame ed Ernesto De Marzio!); avviare collegamenti internazionali con ambienti culturalmente e politicamente vicini, anche negli Usa; e tant’altro ancora.

E poi. Sul piano sociale, elemento costitutivo della politica del Msi, si poteva avviare veramente qualche iniziativa nel campo della partecipazione, sul ruolo costruttivo delle Organizzazioni Sindacali (che all’epoca, a parte la Cgil, non erano ostili) sull’esempio di ciò che fece il governo Fanfani nel  1959  con la legge emanata dal ministro del lavoro Vigorelli, voluta e sostenuta dal Msi, sulla validità “erga omnes” dei contratti collettivi di lavoro, sul rilancio e l’istituzionalizzazione del CNEL.

Insomma, è mancata in quell’occasione governativa – ed in quelle successive – il segno del cambiamento che la destra nazionale italiana poteva apportare.

In realtà, in quel frangente storico mancarono gli uomini che avessero una visione strategica, a cominciare dal segretario di allora del partito, e che si sentissero una responsabilità storica per un evento eccezionale perché il voto degli elettori dell’epoca aveva premiato mezzo secolo di coerenza, di onestà e di dedizione all’interesse nazionale manifestata da parte del MSI.

Ora, dopo vent’anni da quella “vittoria” tradita, ciò che resta di quell’ambiente nazionale e popolare cerca di ricostruire un nuovo percorso, dinanzi a nuove sfide, ricominciando da zero ma impoverito ed appesantito da delusioni, abbandoni, personalismi cresciuti con l’evanescente potere politico. Ma questo, purtroppo, è stato spesso il destino di questo mondo, affidatosi ciecamente a personaggi privi di qualità e di ideali. Rimane tuttavia un filo sottile di continuità ideale che non si è mai spezzato, e su questo occorre basarsi. Ancora una volta ricominciamo.