A cinquant’anni dalla sua fine, la guerra d’Algeria torna a scuotere e dividere la Francia. Come una ferita mal cicatrizzata, come un trauma rimosso e mai risolto, l’ultimo grande conflitto coloniale di Parigi lacera nuovamente anime e sentimenti. Nell’avvicinarsi degli anniversari si ravviva puntuale la “battaglia delle memorie” — inevitabilmente contrapposte — intrecciata al ricordo dei tanti orrori che in quell’infuocato ‘62 accompagnarono la vittoria dei militanti del FLN. Ma non solo.

Per i francesi ripercorrere i fatti d’Algeria — sette anni d’illusioni, tradimenti, eroismi, follie — e cercare di storicizzarli significa ripercorrere uno dei passaggi più controversi e amari della storia della V Repubblica e, soprattutto, confrontarsi criticamente con la figura e l’eredità del suo fondatore, Charles De Gaulle.

Facciamo un passo indietro. Il 19 marzo 1962 la Francia — ancora forte sul campo ma politicamente sconfitta — firmava gli “accordi di Evian” e il 3 luglio ammainava, dopo 130 anni di presenza, le sue bandiere. Algeria era indipendente. “La page est tournèe”, fu il commento lapidario di De Gaulle.

Da almeno due anni per il generale — ormai convinto dell’obsolescenza politica del colonialismo — l’antico possedimento rappresentava solo un peso politico ed economico intollerabile per una Francia moderna e nuovamente protagonista nonché una minaccia costante per il suo regime. Dopo la rivolta dell’aprile 1961 dei parà e dei legionari d’Algeri — i fascinosi “centurioni” immortalati da Laterguy nei suoi romanzi —, il rischio di guerra civile era una possibilità più che concreta. Lo stesso esercito che nel ’58 aveva riportato al potere De Gaulle era diviso, fuori controllo e se gli scrupoli dei capi putschisti avevano evitato lo scontro aperto, dopo il fallimento del golpe segmenti consistenti dell’Armée erano passati alla clandestinità sotto le insegne dell’OAS. Da qui la decisione dell’inquilino dell’Eliseo di chiudere in fretta (e ad ogni prezzo) il capitolo algerino.

Un scelta su cui, ieri come oggi, le opinioni divergono radicalmente. Per gli ammiratori del presidente Evian rappresentò un mirabile esercizio di realismo politico; per i poteri forti transalpini la fine della guerra fu il volano per l’espansione e la crescita finanziaria dell’Esagono; per la comunità europea (i “pieds noires”), i mussulmani filo francesi (gli “harkis”) e i combattenti d’Algeria il 19 marzo significò un tradimento, una resa ignominiosa. Una catastrofe.

Mentre la Francia, scrollatasi il fardello dell’impegno militare, si apprestava a vivere il suo boom, un milione e più di francesi d’oltremare (cristiani, islamici, ebrei) furono abbandonati — nel disinteresse di Parigi — alle terribili vendette del Fronte di Liberazione Nazionale. “La valigia o la tomba” fu l’unica alternativa concessa dai vincitori ai vinti. Ai “pieds noires” e agli “harkis” non rimase che la fuga, l’esilio, la miseria. Il silenzio.

Storie crudeli e, per mezzo secolo, ignorate, taciute. Le vicende algerine infastidivano il potere gollista, imbarazzavano la sinistra mitterandiana, indispettivano i comunisti e davano forza a Jean Marie Le Pen, l’unico a ricordarle e a rivendicarne le ragioni.  Meglio perciò la sordina, l’oblio. Ai “rimpatriati” — un eufemismo per non parlare di esuli —, una comunità negletta ma coesa e numerosa, i vari governi riservarono qualche bel discorso, vaghe promesse e delle elemosine. Nulla di più.

Il tempo è però implacabile, gli anniversari sono eventi ineludibili e se poi le ricorrenze coincidono con le elezioni per l’Eliseo, gli effetti possono essere imprevedibili. Lo sa bene il presidente uscente che, dal suo trono traballante, scruta preoccupato l’avanzata di Marine Le Pen nell’elettorato dei “rimpatriati” dall’Africa settentrionale e i loro discendenti: un blocco di oltre tre milioni di elettori, ovvero il 7,3 della popolazione, tradizionalmente orientato a destra.

Nel 2007 la comunità — convinta dal suo dinamismo e dal suo anticonformismo — premiò in massa Sarkozy a scapito del vecchio Le Pen. Un exploit notevole ma oggi difficilmente ripetibile; in questi anni il marito di Carlà ha più volte deluso la galassia “pieds noires”: molte promesse non mantenute, qualche gaffes di troppo e — soprattutto — nessun riconoscimento ufficiale al dramma vissuto dai coloni e dagli “harkis”. Un atteggiamento intollerabile per le sensibilità della diaspora “algériniste” che, secondo un recentissimo studio, si sta riorientando massicciamente verso la bionda candidata del Front National, sbalzando nei gradimenti “Sarkò” addirittura dietro ad Hollande, lo sbiadito candidato socialista. Con crudo realismo, Lionnel Luca, deputato governativo e personaggio di punta della diaspora, ha commentato: «È ingiusto accusare Nicolas di non aver fatto nulla, ma la guerra d’Algeria, i “pieds noires”, non sono parte della sua cultura, “ça n’a jamais été son truc”… In ogni caso senza il sostegno dei “rimpatriati” la partita è persa in partenza».

Ma Sarkozy è un tipo caparbio, spregiudicato e per nulla rassegnato. Anzi. Nella sua strategia elettorale proprio il controverso cinquantennale può diventare l’occasione per riavvicinare la comunità degli esuli e recuperare preziosi voti a destra. Non a caso la manovra, abile e culturalmente provocatoria, è coordinata da Gèrard Longuet, attuale ministro della Difesa con un passato giovanile nelle file della destra nazionalista. Memore delle sue battaglie per “l’Algérie Française” combattute sotto le croci celtiche di “Occident”, l’antico militante ha aperto un cauto ma efficace processo di revisione storica. Per una volta senza sconti, senza ambiguità. Per nessuno.

Qualche esempio. Su impulso del ministro, lo storico Jean Jacques Jordi ha potuto indagare negli archivi di Stato ancora secretati e consultare documenti riservati, visionare carte proibite, rivelare segreti sepolti. Una concessione eccezionale (i dossier dovevano restare chiusi sino al 2062) da cui è nato un libro terribile come “Un Silence d’Ètat” (edizioni Soteca-Belin).

Con gran scandalo del circo mediatico, il lavoro di Jordi — un intellettuale di sinistra, un anticolonialista dichiarato — ha rivelato l’altra faccia del conflitto, il volto crudele degli indipendentisti e i loro metodi criminali: rapimenti, stupri, torture, omicidi di massa… Una politica del terrore, una vera e propria campagna di “pulizia etnica” contro la popolazione europea e i settori islamici lealisti. Una catena di orrori. Uno per tutti: nei faldoni si è trovata la conferma del sequestro di decine di europei e l’uso vampiresco dei loro poveri corpi, dissanguati sino all’ultima goccia negli ospedali del FLN.

Ma gli archivi segreti non hanno risparmiato nessuno. Nemmeno il potere, e per la prima volta la Repubblica ha ammesso i suoi peccati. Sulla base di documenti ufficiali e in netta discontinuità con la narrazione gollista, “Un Silence d’Ètat” ha fatto luce su uno dei lati più crudeli e ingloriosi del conflitto: la connivenza, nei quattro mesi che intercorsero tra gli “accordi di Evian” e il 5 luglio 1962, tra Parigi e i rivoluzionari algerini. Come le carte raccontano, all’indomani del fatidico 19 marzo le autorità francesi chiusero gli occhi, le orecchie, il cuore sul destino di un milione e più di connazionali, condannandoli ad un atroce mattanza tra Orano, Costantina, Algeri. In quella primavera, sotto lo sguardo impotente dei soldati chiusi nelle loro garrite, i “giustizieri” del FLN si accanirono con ogni mezzo contro una popolazione civile ormai indifesa. Un massacro.

E ancora. Jordi ha ritrovato gli ordini riservati impartiti ai “servizi” (gli orridi “barbouzes”): pur di stroncare ogni opposizione, le “barbe finte” consegnarono ai nemici di ieri i nominativi degli attivisti dell’OAS, degli ultimi ostinati sostenitori mussulmani della Francia e degli agenti infiltrati nella ribellione. Non vi fu pietà per nessuno, ma Parigi mantenne il controllo sul petrolio e sui poligoni atomici del Sahara. In nome della ragion di Stato, del realismo politico, degli affari.

Ma Longuet si è spinto è più in là. Per convinzione o per convenienza (poco importa…), il ministro ha infranto un altro veto gollista. Lo scorso 28 novembre, nel cortile de les Invalides — il sancta sanctourum dell’esercito —, Sarkozy ha decorato con la Gran Croce della Legion d’Onore il colonello Hélie Denoix de Saint Marc, uno dei protagonisti del Putsch del 1961. Una scelta impegnativa. L’ultimo comandante del 1° Régiment étranger de parachutistes, è un eroe vero ma, sino a ieri, anche una figura scomoda.

Di famiglia aristocratica, resistente nel ’41, deportato a Buchenwald nel ’43, nel primo dopoguerra Saint Marc si arruola volontario per l’Indocina, combatte bene, è promosso e decorato. Inviato ai confini del Laos, rompe gli schemi; fa proprie le regole della “guerra rivoluzionaria”, convince le tribù delle montagne e scatena contro i comunisti una guerra di popolo. Un successo pieno, ma improvvisamente arriva l’ordine di ritirarsi e di sbarazzarsi i suoi miliziani. Non servono più.

Saint Marc obbedisce. È un ufficiale, la gerarchia è un valore. Ma qualcosa — ed è un sentimento diffuso nei quadri del contingente — si rompe. Come racconta nella sua autobiografia, “Les Champs de braises” (edizioni Perrin), il comandante non scorderà mai gli sguardi dei suoi camerati vietnamiti abbandonati, l’odore del tradimento. La puzza della vergogna.

In Algeria, Saint Marc assieme a centinaia di giovani ufficiali reduci d’Indocina, cercherà il riscatto, la vittoria. La salvezza dell’anima. De Gaulle, l’uomo in cui credevano, gliela negherà, imponendoli un nuovo raggiro, un’altra abiura. Da qui la rivolta dei “soldati perduti” del ’61, il processo, la condanna. Degradato e radiato, Saint Marc torna in libertà alla fine dei Sessanta e si rivela uno scrittore potente, i suoi libri fanno discutere, diventano best sellers, vincono premi letterari. Sebbene sia ufficialmente un reietto, il comandante è una leggenda per la società militare e i “rimpatriati”; il potere è costretto a riabilitarlo e nel 1978 gli sono resi i diritti civili e militari. Ora, al tramonto della sua via, il conferimento della più alta decorazione della Repubblica fa di Hèlie Denoix de Saint Marc un esempio pubblico.

Il gesto di Sarkozy seguiva di poco la decisione di Longuet di traslare sempre a Les Invalides le spoglie mortali di un altro eroe delle guerre coloniali, Marcel Bigeard. Un omaggio alla Francia profonda e uno schiaffo all’opposizione: la sinistra non ha mai perdonato al defunto generale le sue vittorie in Indocina e in Algeria, il suo deciso anticomunismo, il suo anticonformismo.

Il ministro non solo ha ignorato le proteste ma ha rilanciato, presentando il progetto di una grande mostra sull’Algeria francese in primavera e confermando la cerimonia del prossimo 29 febbraio. Quel giorno, al Memoriale di quai Branly, il presidente inaugurerà un monumento in ricordo dei 1589 europei rapiti dal FLN e mai ritrovati. Atti importanti che i “pieds noires” attendevano da tempo, ma — ed è la domanda di molti — basteranno a convincere la diaspora “algériniste” a rinnovare il suo appoggio a “Sarkò”? Una prima risposta l’avremo dalle manifestazioni previste per il 19 marzo, l’anniversario più amaro della V Repubblic