E’ una storia che non passa quella degli “anni di piombo”. Lo ha dimostrato la recente vicenda, legata ad uno dei principali responsabili dell’assassinio di Sergio Ramelli, nominato dalla Regione Lombardia all’interno del Comitato Tecnico Scientifico, chiamato a indicare le linee guida utili per l’uscita dall’emergenza sanitaria e verso la cosiddetta “fase 2”. E’ una storia che non passa, quando – di fronte al ricordo delle vittime – c’è chi continua ad alzare barriere, a cercare giustificazioni, a trincerarsi dietro vecchi slogan, in nome dell’antifascismo militante, quello secondo il quale “uccidere un fascista non è un reato”.

Eccoci perciò a ricordare nuovamente, a cinquant’anni dalla stagione dell’odio fratricida, l’ennesimo anniversario, senza rancore, ma nel nome di una verità storica che va alimentata e condivisa, soprattutto per non dare nulla di scontato.

Sono passati cinquant’anni da quel  18 aprile 1970, quando a Genova,  in piazza Verdi,  nel corso di un comizio di Giorgio Almirante, un gruppo di manifestanti dell’estrema sinistra, con l’intento di impedire il discorso del segretario del Msi, inizia un fitto lancio di sassi e bottiglie. Ad essere colpito alla testa Ugo Venturini, 32 anni, operaio edile, militante del Msi ed insieme volontario di una pubblica assistenza. L’agonia di Venturini dura fino al 1° maggio e si conclude con la sua morte, proprio nel giorno della “Festa del lavoro”.

Tralasciamo  i dettagli della storia, l’odio che molte forze politiche manifestarono in quell’occasione, lo strazio della famiglia, la difficile vita del figlioletto Walter, i colpevoli mai trovati.   

Nel febbraio 2005, passati ben trentacinque anni dai fatti,  il sostituto procuratore Enrico Zucca  riaprì  l’inchiesta in seguito a un esposto dell’allora  capogruppo di An in Regione, Gianni Plinio,  giustificato dalla pubblicazione di un articolo del “Corriere della Sera”, in cui si asseriva che Carlo Panella, giornalista ed ex dirigente di Lotta Continua, aveva dichiarato : “Sì, forse l’’ho tirata io”, con riferimento alla bottiglietta, che aveva ucciso  Venturini, lanciata contro il palco dal quale parlava Almirante.

Panella, intervistato dal quotidiano genovese “Corriere Mercantile”, negò peraltro  ogni addebito personale  dicendo: “Non sono un assassino. La frase riportata dal Corsera andava letta in un certo contesto. Innanzitutto va ricordato che la morte di quel povero militante di destra non fu un assassinio. Quel giorno volevamo effettuare una provocazione”. C’è poi il “mistero” dei filmati e delle foto dell’epoca (probabilmente reperibili in Questura), che, alla luce delle tecniche odierne,  potrebbero forse offrire nuovi elementi probatori, ma che  non hanno permesso di squarciare il velo di silenzi ed incomprensioni  che ha sempre segnato la vicenda.

Resta comunque  una Storia da non dimenticare e da condividere. A partire proprio dal tempo trascorso. Per anni Venturini è stato una vittima di parte, a cui solo i vecchi amici hanno tributato il rispetto della memoria. La sua immagine campeggiava nelle sedi missine. Al suo nome erano intestate sezioni di partito.  

Ancora l’anno scorso una cerimonia per ricordarlo  si è trasformata in un’ignobile gazzarra, inscenata proprio  sul luogo dove Venturini fu colpito, i giardini antistanti la Stazione Brignole, e dove, nel 2012, l’allora sindaco del Pd Marta Vincenzi autorizzò a dedicare un viale. “Giustiziato il fascista Venturini”: titolava, nel 1970, “Lotta Continua”. “I fascisti non debbono parlare”: hanno urlato l’anno scorso i contestatori genovesi, scesi in piazza per l’immancabile contromanifestazione.

Quest’anno l’emergenza Covid 19 impedirà qualsiasi iniziativa pubblica. Ciò non esclude il ricordo, lo rende magari ancora più intenso. Proprio nello spirito di condivisione nazionale, che ha percorso l’Italia in queste  settimane, ricordare il primo caduto degli “anni di piombo” è un passaggio non banale per ricucire storie che debbono appartenere all’intero Paese. Senza ambiguità.