Nell’ottobre del 1925, Margherita Sarfatti, musa del movimento artistico Novecento, nonché dei futuristi, si domandava: “Dobbiamo sempre fare i necrofori e gli imbalsamatori ? O le prefiche che cantano il rimpianto e le glorie dei morti ?”. Il quesito – non ci si scandalizzi – vale, oggi, per la Storia del Msi, del quale, il prossimo 26 dicembre, cade il settantesimo della fondazione. Storia gloriosa, quella del Msi, fatta certamente di martiri e di grandi idealità, a cui va ogni rispetto, ma anche Storia di rimpianti e di facili nostalgie, a rischio – per usare l’immagine della Scarfatti – di essere “imbalsamata”, resa sterile ed “innocua”. Sarebbe il modo peggiore per ricordare la lunga epopea della “Fiamma”, esperienza politica conclusa, resa viva però da idee profonde e da ugualmente profonde radici che si innervano nella più ampia Storia nazionale. A quelle idee non deve essere concesso solo l’onore delle armi e della memoria.

Occorre evidentemente qualcosa di più, in ragione innanzitutto di valori e di idealità che vanno “riassunte”, nel senso di essere riprese in carico, senza che ciò significhi un richiamo nostalgico-sentimentale alle vecchie appartenenze, ai modi ed ai modelli del vecchio lessico politico. E’ facile per “chi c’era” ricordare i tempi (sempre ?) felici di una giovinezza a mezzo tra goliardia ed audacia, idee forti e memorie condivise, guerra politica ed imprese da “ragazzi della Via Pàl”. Rischiando così di scambiare l’immaginazione con la memoria.

Altra cosa evidentemente è il ripensamento critico di quella memoria, degli errori commessi, ma soprattutto delle occasioni mancate.

Dopo avere annacquato, per anni, le idee (ed erano parecchie, dietro la coltre nostalgico-reducistica appioppata dagli avversari) nel mare magnum del pensiero liberale, egalitario, formalmente democratico, quel “progetto alternativo” va ripreso e ripensato, proprio per gli spunti   problematici e creativi, che lo segnarono: il senso della Patria, la dignità della memoria (fissata nella massima “non rinnegare, non restaurare”), le “nuove sintesi” (oltre la destra e la sinistra), il social-corporativismo con l’idea della rappresentanza dei ceti sociali, l’etica dello Stato, l’Europa Nazione. Su tutto la consapevolezza dei limiti di un Sistema, rispetto al quale ci si sentiva “estranei”, ma non per questo avulsi rispetto al quotidiano confronto politico.

Quella Storia, la Storia del Msi, non è e non può essere  ciò che un avversario in malafede vuole che essa sia, costruita cioè a misura delle criminalizzazioni intellettuali e delle interpretazioni faziose di parte piuttosto che delle ragioni storiche e culturali che l’hanno legittimata e dei percorsi politici che l’hanno realmente caratterizzata. Il settantesimo a questo dovrebbe servire: ricucire il senso di una memoria, verificandola alla luce del tempo trascorso, delle trasformazioni avvenute, senza, per questo, perderne di vista la complessità; spostare dal campo degli avversari a quello proprio il confronto sui valori fondanti in cui un certo mondo si è riconosciuto e ha costruito una propria originale proposta politica; ritrovare un percorso certamente tutt’altro che omogeneo, ma, proprio per questo, ricco di spunti culturali, di sollecitazioni programmatiche, di riferimenti ideali, di analisi controcorrente, di aspettative, di volontà ricostruttive.

Il Msi può rinascere ? Scrivevano, nel 1958, Giorgio Almirante e Francesco Palamenghi-Crispi: “Non è possibile restaurare nulla, quando si opera nella storia e nella politica; non è saggio e non è onesto rinnegare. Bisogna saper continuare, ereditando in blocco le responsabilità, come è dovere degli uomini seri e coraggiosi, ma sceverando le esperienze e traendone tutti gli ammaestramenti che ne derivano”. Valeva, settant’anni fa, rispetto al fascismo. Può valere, oggi, rispetto al Msi. I soggetti politici e gli uomini passano. L’ideologia , come dato culturale (convinzioni in valori e conoscenze) può permanere nella sua assenza. In attesa di un “contenitore politico” in grado di accoglierla.