A venti giorni dalla sua chiusura, un primo bilancio sull’Expò 2015, al di là della retorica di governo, bisogna iniziare a farlo. Ricordate le aspettative della vigilia ? L’Esposizione Universale milanese doveva essere il più grande evento mai realizzato sull’alimentazione e la nutrizione: vetrina mondiale in cui i Paesi avrebbero potuto mostrare il meglio delle proprie tecnologie per dare una risposta concreta all’esigenza vitale di garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli, nel rispetto del Pianeta e dei suoi equilibri. Con in più la possibilità di fare conoscere e assaggiare i migliori piatti del mondo e scoprire le eccellenze della tradizione agroalimentare e gastronomica di ogni Paese.

Un’idea insomma concreta di sostenibilità produttiva, che avrebbe dovuto da un lato fare emergere le tante criticità esistenti dall’altro evidenziare le tipicità dei singoli paesi.

Ci si è veramente riusciti ? In realtà l’area espositiva è stata trasformata in un enorme self-service, costellato da decine di food-trucks a prezzi gonfiati, dove di eccellenza se n’è vista veramente poca e dove le “tipicità” sono restate soffocate dai tempi e dalle modalità dell’evento.

Pare che siano i numeri – di cui si fanno vanto i responsabili dell’organizzazione – a dare il valore all’Expò. Ed allora ecco l’escalation dei visitatori, 150.000 – 200.000 – 250.000 al giorno, senza rendersi conto che così non solo si porta al collasso l’intera area, ma si snaturano soprattutto le ragioni della grande mostra, che avrebbero dovuto stare nella capacità-possibilità di favorire l’incontro, puntando sulla “sostenibilità” , quindi sulla qualità degli eventi. Ed invece tre – quattro – cinque ore di fila per riuscire ad entrare in molti padiglioni, confermando la strategia espansiva (a 39 Euro il biglietto) degli organizzatori. Con il risultato che ad essere “emarginati” sono stati proprio quei Paesi in cui il cibo è veramente un’esigenza vitale ed i “modelli di sviluppo” sono la vera sfida per il loro ed il nostro futuro.

Sarebbe bastato limitare gli accessi, attraverso l’emissione contingentata dei biglietti ed un più attento controllo dei flussi, favorendo, ad esempio con biglietti a costi differenziati, i giorni feriali e le fasce orarie (mattina, pomeriggio, sera) per evitare un affollamento da formicaio, permettendo così una più equa distribuzione dei visitatori, che invece si sono concentrati su una decina di padiglioni, dando visibilità a tutti.

Niente da dire per il prorompente Padiglione Italia, tutto giocato sulla bellezza e l’intrapresa agricola italiana, a cui però ha fatto da contraltare lo spazio dato a Oscar Farinetti, con il suo Eataly, esempio debordante di una tipicità monopolistica e dai numeri “industriali”, più catena di montaggio che espressione di eccellenza territoriale. Del resto – visti, anche qui, i numeri – è ben difficile parlare di filiera breve e di autentica qualità, quando – come all’Expo – si mettono in cantiere duemilioni e mezzo di pasti, a prezzi oggettivamente gonfiati e a tutto vantaggio di patron Farinetti.

Ultima ma non ultima questione quella sul dopo-Expò, di cui si è parlato pochissimo. A venti giorni dalla chiusura dell’evento si brancola nel buio. Non si va al di là del fatto che tutti i padiglioni dovranno essere smontati entro la fine di giugno. E poi ? manca sul dopo un’idea anche minima di riuso delle aree occupate dall’evento e già “attrezzate” dal punto di vista infrastrutturale. L’auspicio è che – come purtroppo è accaduto in altre   occasioni – quegli spazi non diventino preda dell’abbandono e del saccheggio, autentiche cattedrali nel deserto piuttosto che utili opportunità di crescita.

Se l’Expò tutto è stato, nella sua gestione, fuori che “sostenibile” almeno il dopo sia esempio di lungimiranza e di buon governo. Visti i precedenti ed i soggetti in campo non abbiamo grandi speranze che gli auspici si trasformino in fatti.