Al termine della lettura e di un’adeguata riflessione, l’intervista della Meloni alla giornalista Paola Di Caro del “Corriere della Sera” non suscita più di una sobria condivisione e non poche perplessità. Nelle risposte sull’immancabile e inevitabile domanda sulla manifestazione del 2 giugno, accanto alla netta sottolineatura delle disfunzioni di giudizio acute tra quella di martedì, a quelle per il 25 aprile, per il ponte di Genova e soprattutto, per quella milanese, è stata debole la presa di distanza dagli atteggiamenti di Salvini. Al quesito riguardante la posizione di Berlusconi, che chiede [impone e pretende] “più proposte e meno piazza”, la Meloni ha mancato di replicare che l’egolatra lombardo accetta e sottoscrive solo le proprie indicazioni, infallibili e taumaturgiche. Le condizioni poste sul ridicolo, tardivo confronto operativo con il “presidente” Conte, incredibile in una nazione seria, non appaiono poste con la dovuta perentorietà.

Costretti e soffocati in un sistema politico sedicente democratico, con antagonisti politici della caratura della Azzolina, di Bonafede e “compagnia cantando”, rimane pur sempre in via logica la contraddittorietà sul voto consentito per le regionali e bloccato o meglio vietato per le politiche. Giustamente, senza però muovere il dovuto e sempre più necessario affondo, la Meloni ricorda agli “alleati” i vincolanti impegni  assunti sulle candidature, tra cui è stato designato, favorito nei sondaggi, Raffaele Fitto troppe volte ex.

La presidente di FdI ammette di aver riconosciuto la leadership di Salvini prima delle Politiche del 4 marzo 2018, cioè prima dell’inversione di campo, con cui si è trasformato, a dispetto del consenso ottenuto, alleato dei “casaleggiotti”, osteggiati in campagna elettorale. Va considerata improponibile (e stupefacente) la tesi giustificativa, fondata su interpretazioni storiche personali, della “grande coalizione”, avanzata dall’insospettabile Tremonti sulla scia di Berlusconi. Il professore lombardo esprime una massima, sulla quale lo stesso dovrebbe riflettere e applicare: “Per guidare la nave, devi conoscere nave, equipaggio, fondali, correnti, venti e soprattutto le stelle”.

Chi potrebbe aprire un confronto utile e costruttivo con Conte, con Bonafede, con la Azzolina, con la grigia ed insignificante congrega grillina, con la squadra del PD, Boccia, De Micheli ed il capodelegazione Dario Franceschini, ahinoi già scudocrociato e figlio dell’ex deputato sempre scudocrociato Giorgio, e la qualificata esponente dell’IV, Bellanova? Il raggruppamento degli ex comunisti – ex democristiani, in prossimità dei ridicoli e risibili “Stati generali”, ha colto, ha capito – dopo tanto, troppo tempo – i limiti insormontabili dell’avvocato pugliese e della sua congrega, la superficialità, l’inconcludenza, l’incapacità operativa a breve e a lungo termine.

Uscita dall’aura naturaliter ostile del quotidiano di Cairo, vecchio sodale di Berlusconi, la Meloni ha ribadito l’ostilità e l’incomunicabilità con l’inaffidabile e sleale Conte. Ormai da tempo FdI ha sostenuto il referendum per la riduzione dei parlamentari. Si tratta di un grosso e sostanziale errore, commesso per incantare i qualunquisti, che priverà diverse regioni dei propri rappresentanti al Senato o ne ridurrà pesantemente la consistenza alla stessa Camera, e che principalmente rappresenta la chiave di volta per l’introduzione della c.d. “democrazia diretta”, arma micidiale, sbandierata un tempo dai grillini, frantumatrice di qualsiasi sistema democratico ordinato, lontano dalle prepotenze delle minoranze.  E “de hoc satis dictum est”.