Sarebbe interessare sapere da Silvio Berlusconi i motivi “di fondo”- se ci sono – che lo spingono a lanciare appelli all’unità del centrodestra, dopo che, nell’ultimo biennio, ha sfasciato il PdL (fondato, nel 2009, come grande contenitore unitario del centrodestra e sciolto, per volontà dello stesso Berlusconi, nell’ottobre 2013) , ha ricostituito Forza Italia (con l’idea di ritrovare lo “spirito originario” della sua prima discesa in campo, ma i risultati non sembrano dargli ragione), ha provocato scissioni (da Fratelli d’Italia al Nuovo Centro Destra) e guerre intestine (due nomi tra i tanti: Raffaele Fitto e Denis Verdini).

La paura dell’Italicum – siamo seri – non può essere una buona ragione per rimettere insieme i cocci di un’area politica frammentata, che stenta ad intercettare il malessere degli elettori, gli stessi elettori che, nel 2008, avevano tributato al PdL il 47,00 per cento dei consensi.

Anche perché un “cantiere” non si improvvisa. Ci vogliono il progetto, il materiale da costruzione e la squadra in grado di realizzare il progetto stesso, tutti elementi che oggi sembrano mancare nel centrodestra, sempre più simile alla felliniana “Prova d’orchestra”, in balia dell’anarchia, dei personalismi, delle “cacofonie” politiche di chi pensa di potere suonare il proprio spartito senza “accordarsi” con quello di chi gli sta accanto.

Berlusconi stesso non ha più il carisma e la forza per potere imporre la propria volontà agli orchestrali ribelli, come il vecchio direttore d’orchestra.

La famosa “fusione a freddo” del 2009, quella che tentò di dare vita al PdL, è già un pessimo viatico. Così come l’operazione restyling immaginata con il “rilancio” di Forza Italia.

C’è evidentemente bisogno d’altro che qualche convention più o meno patinata, con le sue brave cartellette programmatiche, e con l’ennesimo leader improvvisato tirato fuori dal cilindro (come nel 2012 quando Berlusconi voleva Mario Monti alla testa del centrodestra… ). E’ la passione politica che va piuttosto rimessa al centro di una nuova stagione del centrodestra, insieme a chiare regole e ad altrettante definite indicazioni programmatiche. Per farlo bisogna ripartire dal “basso”, dal Paese reale piuttosto che dai vertici cooptati. Bisogna mettere in competizione le leadership attraverso confronti chiari ed aperti. Bisogna ripartire dai territori, facendo emergere lì le idee, i progetti, le volontà e le nuove classi dirigenti.

Il nuovo “partito” è – se ci sarà veramente la volontà di crearlo – il passaggio finale, la conseguenza di un lavorio più profondo e più strutturato, in grado di dare solide fondamenta al progetto politico che si intende costruire. Sarà la sintesi o meglio ancora la confederazione dei soggetti che si riconoscono in un leader, in un programma, in una comune idea politica. Ma prima, il leader, il programma e la comune idea politica bisogna volerli, cercarli e costruirli. E al momento ci sembrano di là da venire.