Un tempo sognavamo un partito nazionale e popolare, sociale e futurista. Capace di sintesi. Popolo e Nazione. Modernità e tradizione. Comunità e Tecnica. Destra popolare e sinistra nazionale. Berto Ricci ed Enrico Mattei. Beppe Niccolai e Niccolò Macchiavelli. L’Olivetti (quella vera) e il Colosseo. Un magnifico passato e un futuro da tutto costruire. Nuovi linguaggi e nuove culture, l’indipendenza nazionale, il primato italiano.

 

Sognavamo un partito differente ed intelligente. Un partito mai massimalista e nemmeno moderato. Un partito libero da inutili nostalgie ma fiero di radici profonde. Un partito rivoluzionario. Il Partito dell’Italia nuova.

 

Le cose sono andate in modo diverso. Lo sappiamo. Conosciamo sin troppo bene i percorsi e i ricorsi, le mediazioni (inevitabili) e le cadute (evitabili). Sappiamo tutto. Abbiamo visto tutto. Sino al disgusto. Nessuno si permetta di fingersi innocente. L’infallibile ha fallito e oggi gioca con le sue bimbe. Lasciamolo in  pace a godersi la sua tardiva paternità. Dimentichiamolo. Amen.

 

E scordiamo anche i moschettieri del “Capo” — quelli che strillavano “Fini, Fini il nuovo Mussolini” e oggi lo odiano con la stessa ottusità di quando lo acclamavano… —, il “Batman”, il telepredicatore xenofobo e puttaniere e i tanti furbacchioni che hanno lucrato, truffato, rubato sul sogno, ingenuo ma vero di qualche milione d’italiani seri, puliti. Onesti.

 

Ricominciamo. Da dove? Da Fiuggi e dal congresso di Fratelli d’Italia. Senza illusioni, senza troppe speranze. Con realismo. Perché? Per tanti motivi.

 

Per esempio, perché Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto non hanno avuto paura di sfidare il grande sultano d’Arcore, rischiando posti e poltrone, per offrire all’area un’alternativa all’assorbimento e alla dispersione. Benissimo.

 

Oppure perché Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto sono riusciti a fissare, a differenza di Storace e dell’ex sindachessa di Lecce, un punto di coagulo nella liquidità della destra dispersa e tengono punto in Parlamento e sul territorio. Bene.

 

O, ancora, perché Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto sono riusciti a salvare il simbolo di A.N — con gran rabbia del povero Gasparri e del callido Matteoli —  per rilanciarlo (ammesso e non concesso che valga ancora qualcosa) alle prossime elezioni. Benino.  Ma non basta. Non può bastare.

 

Non illudiamoci. L’ipotesi di FdI può e deve avere un senso solo se riuscirà a superare schemi obsoleti, linguaggi ripetitivi e visioni autoconsolatorie.

 

Siamo chiari. A parte qualche segmento marginale e ininfluente, nessuno in Italia sente la mancanza di una destra neo o postfascista, retorica e autoreferenziale. Il Fascismo, Mussolini, Almirante e tutte le altre icone dell’ambiente appartengono, giustamente, al passato. Alla storia.

 

Agli italiani del terzo millennio — 70 anni dopo piazzale Loreto, 42 anni dopo il ’68, 25 anni dopo il crollo del muro di Berlino — non interessano parole vecchie, canti antichi, riti desueti. Dei lamenti delle prefiche disoccupate delle varie fiamme e fiammette tricolori sui destini della Destra e/o sui loro problemi privati non frega nulla a nessuno. Con buona pace di Storace, Fiore, Poli Bortone, Menia e compagnia cantante, l’Italia ha problemi più urgenti.

 

Le domande, gli interrogativi sono altri e stringenti. Terribili. Il “Patrio Stivale” attraversa una crisi devastante che sta spezzando l’impianto manifatturiero e commerciale del Paese, quello che De Rita chiama lo “scheletro contadino”: la terra, il territorio, l’Italia delle fondamenta. Lontano dagli opachi “salotti buoni” della finanza vi è il popolo dei distretti, il “capitalismo molecolare” — 4, 388 milioni d’imprese con meno di 20 addetti (il 94% del tessuto  produttivo nazionale), una rete di piccoli “capitani coraggiosi” che crea 24 milioni di posti di lavoro.

 

È questa l’Italia che resiste e che si oppone alla casta, alla burocrazia, all’Europa tecnocratica: un’Italia vitale, silenziosa, capace di saperi antichi e (per il momento) mite. Ma quest’Italia, delusa da Berlusconi e (in parte) da Monti, oggi si ritrova senza interlocutori, senza speranza. La rabbia disordinata dei “forconi” e il suicidio, nello svanire del loro progetto di vita, di tanti imprenditori devono far pensare.

 

Insomma, se FdI vuole diventare una forza di cambiamento reale non può perdersi in bolle identitarie, rassicuranti ma sterili, ma deve trovare modi, tempi e idee per dare a questo mondo — un meraviglioso giacimento di buone energie e un blocco sociale centrale — progetti e speranze: soluzioni serie e prospettive forti per contrapporsi alle vacuità di Renzi e alle sirene del ribellismo, per costruire alleanze sociali.

 

Un compito arduo, difficile. Impegnativo. Da qui la necessità di una svolta radicale. A Fiuggi la scelta è semplice. Costruire un partito capace pensieri lunghi, formare un luogo dove organizzare intelligenze — senza temere, come il vecchio MSI, gli intelligenti —, creare sintesi innovative e costruire futuro oppure accontentarsi di pensieri corti: un cartello elettorale che urla per i marò, strilla contro le “pensioni d’oro” per (forse) collocare in parlamento qualche fortunato.

 

Non basta non aver paura. Ci vuole anche coraggio.