Leader di tutto il mondo – 37 quest’anno rispetto ai 29 del 2017 – sono volati ​​a Pechino per il secondo “Belt and Road Forum”, attirati dalla possibilità di ottenere miliardi di dollari in finanziamenti cinesi per progetti in infrastrutture e di sviluppo.

Tra i partecipanti anche il Fondo Monetario Internazionale ma tra gli assenti i principali partner diplomatici cinesi: Sri Lanka e Turchia, nonché il principale partner commerciale del paese, gli Stati Uniti.

Più di 5000 partecipanti provenienti da oltre 150 stati sono arrivati a Pechino per il summit di tre giorni terminato il 27 aprile. Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha partecipato al forum, insieme al presidente portoghese Marcelo Rebelo de Sousa, nonostante i leader del Regno Unito, Francia e Germania scelgano di starsene, intelligentemente, alla larga. Giuseppe Conte – guarda un po’ – è volato a Pechino proprio poche settimane dopo che l’Italia è diventata il primo membro del G7 ad aderire all’iniziativa Belt and Road.

Anche per il Primo ministro del Singapore Lee Hsien Loong è la prima volta che vi partecipava, un’aggiunta significativa per la Cina, considerato il suo ruolo come importante snodo commerciale e stretto partner statunitense.
Anche la Papua Nuova Guinea, la Thailandia e il Brunei hanno partecipato per la prima volta, mentre il Giappone ha prudentemente inviato uno speciale delegato del Primo Ministro. Non tutti i partecipanti sono volti nuovi, comunque. I leader di Pakistan e Malaysia hanno deciso di partecipare nuovamente al forum, nonostante le manifeste e crescenti preoccupazioni che riguardano il costo e l’onere del debito degli investimenti.

Tra gli assenti illustri, dicevo, Trump e Australia, Nuova Zelanda e Canada che hanno tutti rifiutato di partecipare mentre, appunto, l’Italia stende il tappeto rosso al Presidente della Cina Xi Jinping. Più preoccupante per Pechino è stata l’assenza di partner vicini come Sri Lanka e Indonesia, che hanno scelto di starsene ben alla larga ed evitare di cadere in altre trappole. Lo Sri Lanka, infatti, ha dovuto cedere nel 2017 il porto di Hambantota, strategicamente importante, ad una compagnia statale cinese con un contratto di affitto di 99 anni per saldare gli enormi debiti- miliardi di dollari-dovuti a Pechino per finanziare Hambantota. Mentre il Presidente indonesiano Joko Widodo è stato pesantemente criticato per i progetti sostenuti dalla Cina in Indonesia durante la sua recente campagna di rielezione.

Ma cos’è la BRI? La Belt and Road Initiative (BRI) è la politica delle infrastrutture globali del presidente cinese Xi Jinping, annunciato nel 2013- per costruire porti, strade e ferrovie- per creare nuovi corridoi commerciali che colleghino la Cina all’Asia, all’Africa e all’Europa. Il governo cinese sostiene che almeno 150 paesi hanno aderito ai principi che avviano la partnership per lo sviluppo infrastrutturale e che nella prima metà del 2019, i prestiti all’estero come parte del progetto saranno di oltre 90 miliardi di dollari.

E’ chiaro che Pechino sta sovraindebitando i paesi poveri con debiti non solvibili per ottenere in cambio vantaggi diplomatici e commerciali, strategia che da una parte alimenta forti critiche oltreoceano, e che espone pesantemente la finanza cinese.
I termini di questi prestiti non sono trasparenti e, nella migliore delle ipotesi, i vantaggi sono verso Pechino, analisti economici e politici del Governo italiano cosa prevedono per la nostra penisola?

I più accorti concordano che gli alti interessi di debito imposti dalla Cina ai paesi aderenti sono finalizzati all’acquisizione di industrie e beni e infrastrutture strategiche utilizzando l’ influenza politica sulle nazioni debitrici. La Cina può negare la vera finalità del progetto ma non possono sfuggirci che queste pratiche di prestito mirano al controllo delle Nazioni.
Quando “i nostri” si sveglieranno?