E a un certo punto salta fuori la provocazione di Lorenzo Fontana: abolire la Legge Mancino. Lo dico subito e me ne assumo pienamente le responsabilità: Fontana – che è probabilmente il più controverso degli attuali ministri – è il mio preferito della compagine amministrativa; non ha paura di dire quello che pensa in totale rottura con il politically correct. In passato aveva suscitato un vespaio di polemiche per una sua dichiarazione “etnica”. Poi, appena nominato ministro per la famiglia e le disabilità nel Governo Conte, aveva fatto nuovamente parlare di sé per aver detto “che non esistono le famiglie arcobaleno”.

L’ultima dichiarazione “fontaniana” è stata però probabilmente la più controversa, in quanto, ha toccato il tabù dei tabù del Belpaese, ovvero la legge del 1993 che “condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista, e aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali”. La proposta ha scatenato le prevedibili reazioni indignate e rabbiose delle sinistre, il plauso di Fratelli d’Italia e, tanto per cambiare, il silenzio assordante di Forza Italia.

Naturalmente la proposta è durata poche ore, per finire nel vuoto. Questo perché, il Movimento 5 stelle non poteva sostenere una simile idea, e nel “contratto di governo”, non si faceva menzione a simile provvedimento. È curioso però, che il centrodestra non abbia neppure tentato di abolire la Legge Mancino nel lungo trascorso che li ha visti al governo del Paese. Alleanza nazionale – allora guidato da Fini – era completamente preso dal dimostrare che la “svolta di Fiuggi” non fosse un cavallo di Troia per consentire al criptofascismo di tornare al potere: intendiamoci, non m’indignò che Fini da ministro degli esteri andasse a Israele a sconfessare le leggi razziali, né potevamo pretendere che Fini ricordasse agli ebrei che malgrado gli errori, con Mussolini, non solo i treni arrivassero in orario ma vi furono anche pensioni, tutele sociali, bonifiche e altre “cosette”… Però la destra postfascista di An, come quella sovranista-populista di Fratelli d’Italia, si trova eternamente “sottoschiaffo”, in un “complesso di colpa” permanente che lo pone in una condizione di subalternità permanente nei confronti del centrosinistra, che sul mito resistenziale dell’antifascismo ha campato e continua a campare di rendita.

Una situazione che non tiene conto che quel centrosinistra è composto in gran parte da quella tradizione politico-culturale postcomunista, che non ha certamente le carte in regola per dare lezioni di moralità e democrazia ai suoi avversari. A differenza di tante altre forze politiche e intellettuali del nostro Paese – come quelle socialiste riformiste, cattoliche o laico – liberali – i comunisti italiani non avversavano il regime fascista per “sete di libertà democratica”, bensì, per sostituire la dittatura nera con quella rossa filo sovietica.

Non m’interessa snocciolare un cinico conteggio dei morti provocati da Stalin e Mao e confrontarli con quelli causati da Mussolini e Hitler; trovo stucchevole questo continuo rinfacciarsi reciprocamente che “l’altro fronte” è stato più brutale del proprio. Resta il fatto che uccidere in nome dell’odio di classe, non è meno grave moralmente che uccidere per odio razziale, e quindi non si capisce per quali ragioni permanga in Italia un atteggiamento preventivamente antifascista contrapposto a un’indulgenza verso il comunismo e la sua eredità politica-culturale. Il che significa che: o si estende la Legge Mancino anche all’ideologia marxista e all’odio di classe, oppure si considera la nostra democrazia abbastanza matura e coerente con se stessa da considerare la Legge Mancino come liberticida, in quanto introduce un principio di “reato d’opinione” palesemente in conflitto con l’Articolo 21 della Costituzione.

Perché l’orientamento corretto non è estendere le limitazioni alla libertà di pensiero e parola alla sinistra, bensì, estendere la libertà alla destra dalla quale è attualmente privata, e quindi, penalizzata. Ed è qui che dovrebbe entrare in gioco Forza Italia, perché il partito di Berlusconi è quello che maggiormente e da sempre rivendica un’identità “liberale”, ed è proprio in nome di questo liberalismo che ci si sarebbe aspettato un maggior impregno a smontare la Legge Mancino. Non dimentichiamo che l’Articolo 21 – tra i più importanti della nostra Costituzione – fu calorosamente voluto da uno dei più grandi statisti italiani, Luigi Einaudi, che era membro del Partito Liberale Italiano.

Ed è da questo punto di vista che personalmente affermo che sono d’accordo con Fontana: non per una tendenza “nostalgica” ma per un principio di libertà democratica. Ed è una questione che da anni è dibattuta da intellettuali scomodi come ad esempio Massimo Fini, che attraverso i suoi articoli e libri, mette a nudo le stridenti contraddizioni della nostra democrazia che si vanta d’esser liberale. Ovviamente, per il momento, com’era prevedibile, di toccare la Legge Mancino non se ne parla, ma quando si dice che “non è una priorità”, perché ben altre questioni emergenziali toccano il Paese, si dice una cosa non esatta, perché la libertà d’opinione non è una questione di secondaria importanza, bensì l’architrave della nostra civiltà democratica.