Bello lo sceneggiato su Pietro Mennea della Rai. Al netto di qualche forzatura e dei troppi spruzzi (evitabili…) di sentimentalismo strappalacrime, Barbareschi ha fatto un buon lavoro. La meravigliosa storia di un ragazzo di Barletta che vince un record mondiale e tante, tante medaglie nell’Italia devastata dal ’68, nei terribili Settanta è una bella storia. Tutta da raccontare. Tutta da capire.

Luca, personaggio personalmente insopportabile quanto professionalmente valido, ha ricostruito con attenzione climi, atmosfere, sentimenti: l’Italia umile dei Sessanta — ecco l’immigrazione, la parsimonia, le piccole ambizioni d’ogni genitore: il figlio diplomato, laureato, “dottore”… — ma sempre dignitosa, terribilmente orgogliosa. Pietro Mennea e la sua famiglia ne sono un esempio. Un bel esempio.

Accanto alle vicende sportive — le gare, gli allenamenti, le Olimpiadi, le vittorie e le sconfitte —, Barbareschi affronta anche il lato meno noto della vita del campione: le polemiche con i giornalisti cialtroni, le difficoltà con i funzionari della federazione, gli amori tempestosi e passionali. Ecco allora in una Roma spezzata dagli odi politici, la ragazza alto borghese e provvisoriamente ultracomunista — il primo incontro all’università è istoriato da manifesti antifascisti e da falci e martello — che s’innamora di un giovane determinato nello sport e fiero delle sue radici. Meridionali e cattoliche. Sanamente retrò.

E poi, l’inno nazionale cantato dagli atleti nello stadio di Mosca, nonostante il divieto democristiano di esporre — per non far incazzare gli americani che boicottavano le Olimpiadi sovietiche — ogni simbolo nazionale. Quel giorno del 1980 le medaglie conquistate in pista valevano — e sì che valevano, eccome se valevano — il canto di Goffredo Mameli. Alla faccia di Andreotti e dei funzionari del CONI. Insomma, una buona trasmissione. Complimenti alla RAI per questo omaggio a Pietro Mennea, “la freccia del Sud”.

Spenta la televisione ripenso agli ultimi sceneggiati trasmessi dal piccolo schermo: Domenico Modugno — splendido cantante ed espressione di una creatività unica, tutta italiana —, Walter Chiari — magnifico artista e combattente della RSI — Adriano Olivetti — genio dell’imprenditoria nazionale. Personaggi diversi ma importanti, protagonisti veri che ricordano alle generazioni più giovani un’Italia differente, seria, fresca. Entusiasta. L’Italia della volontà e della creatività. L’Italia giovane raccontata con minuzia da Gennaro Sangiuliano nei suoi libri.

Una riflessione. Perché adesso? Vi era proprio bisogno del centro-sinistra renziano — un progetto che, inutile ripeterci, non amiamo… — per convincere i vertici della televisione di Stato a realizzare dei lavori — leggeri certo, spesso retorici ma non sciocchi e neppure inutili— su italiani forti, solidi e offrire piccoli, minuscoli segni d’orgoglio nazionale.

Spenta la televisione, rifletto sui lunghi anni di governo del centrodestra, quando i “geni” tricolori — quelli che avevano in mano Rai e Mediaset, quelli che “avevano capito tutto” — riuscirono a realizzare solo una piccola fiction sulle foibe, zeppa d’imbarazzi, sbagli e omissioni, e ad insabbiare il film sul massacro di Porzus. Per il resto Bruno Vespa, la Carlucci, stupidaggini assortite e qualche mignotta.

«Non è colpa nostra, non contavamo nulla» ti rispondono oggi che nulla più contano. Sarà.  Qualcuno di sicuro è riuscito “a limitare i danni”, a rompere le scatole a qualche direttore, a sbattere i piedi, magari a protestare. Con garbo. Con misura. I risultati di tanto impegno sono noti.

Ma, allora, cari Gasparri, Cardini, Veneziani, Mazza, Rositani valeva la pena di accettare incarichi e compiti e responsabilità così gravose? A cosa pensavate? Cosa e chi attendavate? Una risposta non guasterebbe. R.S.V.P