Cresciuto nel mondo dei diritti, nato nel 1950, ho potuto godere, a partire dal 1964, dei seguenti diritti:
– diritto ad essere discriminato, al liceo, in quanto aderente ad organizzazioni giovanili missine;
– diritto a NON fare carriera all’università in quanto non di sinistra;
– diritto a vedermi rifiutato un libro da una importante casa editrice italiana in quanto membro della “Nuova Destra”;
– diritto a vedermi censurati alcuni articoli scritti per riviste di cui era promotore un noto personaggio torinese, medaglia d’oro della Resistenza;
– diritto a sentirmi dire, da un altro noto personaggio torinese, che gli dovevo riconoscere il grande merito di “avermi riconvertito alla democrazia” (e fu subito rottura con lui, detesto le affermazioni false e infondate).
– diritto ad essere messo in guardia, ogni volta che ero chiamato a scrivere cose in ambito istituzionale, a “non commettere errori” e a praticare la nobile virtù dell’autocensura, onde evitare rischi (mi immagino per me, più che per la democrazia…):
– diritto ad essere sottoposto a censura ogni volta che uscissi (e non mi capitava pressoché mai) dai binari “fissati per la mia libertà” dagli “ottimati”.
       Passato a vita privata, alle mie società, susseguitesi nel corso del tempo, è stato riconosciuto soprattutto il diritto di pagare tributi e gabelle di ogni genere, in modo che – se possibile – potessi morire di fame. Quanto alle commesse, quelle mi venivano tolte non appena qualcuno si premuniva di far sapere chi fossi. Fermo restando che, in caso di abiura, qualche lavoretto si sarebbe sempre potuto trovarmelo…
       Non sono stato ucciso o incarcerato, questo no: sono stato solo condannato alla morte civile perché avevo comunque a che fare con dei “buoni”, anzi degli “infinitamente buoni”. Siccome sono molto resiliente, sono sopravvissuto, inventandomi spesso e volentieri nuove attività. Abiure non ne ho fatte né ne farò.
       Sono vissuto nel “migliore dei mondi possibile” e – distratto come ero e sono – francamente non me ne sono accorto. Ho commesso il peggiore dei reati, in democrazia, il reato d’opinione…
       Sono un homo ludens e quindi – ogni volta che sento cantare gli elogi della democrazia – mi guardo allo specchio e rido, rido fino allo sfinimento. Mi viene in mente “Un giudice“, di Fabrizio De André. Magari, chissà, anche se sono molto vecchio un giorno potrebbe toccarmi di cambiare di posto…