Ha destato stupore ed ilarità, in questi giorni, il tentativo dei francesi di impossessarsi della figura di Leonardo da Vinci, quasi fosse un genio d’oltralpe. Il problema dei nostri cugini transalpini in verità è proprio il contrario: tranne le lumache ed alcuni puzzolenti formaggi, molte delle cose di cui vanno fieri sono di origine italica. Cominciamo dalla Marsigliese, il loro inno nazionale : altro non è che un plagio di un brano di Giovanni Battista Viotti del 1781, “tema e variazioni in do maggiore”, che potete trovare su youtube. Il loro più grande condottiero, Napoleone Bonaparte era corso, se fosse nato solo qualche anno prima addirittura italiano, quando la Corsica apparteneva alla Repubblica di Genova.

Per la nazionale di calcio campione del mondo, basta guardarne la fotografia, pochi sono i discendenti diretti di Asterix e Obelix. La capitale Parigi, ce lo insegnano proprio i due personaggi dei fumetti, disegnati da Uderzo, di genitori italiani, era inizialmente Lutetia e fu fondata dai Romani. Il loro più grande calciatore è stato Michel Platini, di famiglia piemontese, per non parlare di Eric Cantona. La alta moda, di cui vanno giustamente fieri, ha tra i suoi nomi più importanti Cardin, Ungaro e Azzaro. Per non parlare degli attori Jean Paul Belmondo, Lino Ventura, Michel Piccoli , Yves Montand, Fernandel, dei cantanti Edith Giovanna Gassion in arte Piaf, Leo Ferré, Iolanda Cristina Gigliotti alias Dalida, Nino Ferrer, Antoine Muraccioli in arte solo Antoine. Concludiamo con Jean Alesi, pilota di formula 1, di famiglia siciliana.       

Dal che si deduce che senza i tanto snobbati italiani, i francesi sarebbero fortemente ridimensionati.

Ma c’è una cosa che è Francese per antonomasia ed è la Rivoluzione, di cui tutti ricordiamo il motto : Liberté, Egalité, Fraternité, ma pochi le atrocità che ha determinato.

Libertà, Uguaglianza, Fraternità, o Morte scriveva Charles Dickens nel suo “Una storia tra due città”, ambientato negli anni della Rivoluzione Francese.

“Un tribunale rivoluzionario nella capitale; quaranta o cinquantamila comitati rivoluzionari in tutto il paese; una legge contro le persone sospette che spazzava via ogni certezza di libertà e vita e poteva consegnare ogni individuo buono e innocente nelle mani di qualunque persona cattiva e colpevole, sicché le prigioni rigurgitavano di gente che non aveva fatto nulla, e che tuttavia non veniva nemmeno ascoltata : tutte queste cose diventarono l’ordine stabilito, diventarono normali nell’amministrazione della giustizia e, dopo poche settimane, parevano già essere consuetudine antica. E una cosa divenne familiare fra tutte, come se ci fosse sempre stata, come fosse sempre sotto gli occhi di tutti, fin dall’inizio del mondo : una figura, quella della femmina che, com’è nata, già taglia, la Ghigliottina.

Un bel soggetto di scherzi e battute sulla bocca di tutti, la Ghigliottina era la cura migliore per il mal di testa; l’infallibile rimedio per i capelli grigi; la Ghigliottina faceva bene alla pelle e le dava un pallore assai delicato; con quel Rasoio Nazionale la rasatura era perfetta, e chi baciava la Ghigliottina guardava dalla finestrella e starnutiva nel sacco. Ma la Ghigliottina era anche il segno della rigenerazione dell’umanità; la Ghigliottina prese il posto della Croce e , appesi alle catenine, sul petto, si portavano modellini di Ghigliottina; ci si inchinava di fronte alla Ghigliottina, si credeva nella Ghigliottina perché non si credeva più nella Croce.

E di teste tante ne taglio’ che essa stessa e il suolo che più di frequente inquinava divennero di un rosso marcio. La si poteva smontare e rimontare ogni volta che l’occasione lo richiedeva. E zittiva l’eloquente, abbatteva il potente, aboliva il bello, aboliva il buono. Ventidue amici, tutti di grande rinomanza, ventuno vivi e uno già morto, furono cimati , in una sola mattina, in altrettanti minuti.”

Perché, quando cade un regime, accanto ad uomini di buona volontà e di grandi ideali, emerge la canaglia, che regola conti personali e scatena la violenza più bieca.

Lo ha descritto molto bene Giampaolo Pansa ne “La grande bugia”.

“La prima è che i partigiani, non soltanto in Valsesia, erano obbligati dalle circostanze a giustiziare i prigionieri anche sulla base di semplici sospetti. Per esempio, una presunta spia, uomo o donna che fosse, veniva sempre uccisa, anche quando esistevano dubbi sulla sua colpevolezza. Insomma, il fascista catturato non aveva scampo. Anche perché nessuna formazione partigiana, neppure la più organizzata e la più stanziale, aveva a disposizione delle case o dei campi stabili di detenzione per custodire dei prigionieri.

Il risultato era una serie di esecuzioni, non di rado a casaccio. In questa trappola mortale cascavano specialmente i civili. Perché quel tale o quella tale erano arrivati dentro la zona presidiata da una banda? Si erano mossi per conto di qualcuno? Per conto dei tedeschi o dei fascisti ? Inutile farsi tante domande. Meglio risolvere la faccenda nel modo più pratico. Una fossa scavata. Un colpo di pistola. E quel problema non esisteva più.”

 Dietro ogni grande mito si nascondono anche le più basse atrocità, che spiegano come mai non tutti accettino con uguale entusiasmo le vulgata retoriche dei vincitori.

Se non troverete “Una storia tra due città” di Dickens o “La grande bugia” di Pansa tra i libri esposti al Salone del Libro di Torino, ora sapete perché.