Una lunga lezione di storia è stata impartita dal docente ordinario in quiescenza Ernesto Galli della Loggia a proposito della situazione politica di questi anni. Sia consentito ad un suo collega, tra pochi mesi in quiescenza, dello stesso settore disciplinare, replicare.

Apre denunziando la crisi della Destra e della Sinistra e la contemporanea formazione di “un ampio schieramento ultramaggioritario, tendenzialmente centrista, capace di inglobare quasi tutte le componenti parlamentari” con diffusione “sempre più massiccia” del fenomeno del trasformismo, solo relativamente “nuovo” nella nostra vita politica. Continua con una affermazione del tutto infondata se non blasfema: “la situazione odierna, infatti, ricorda da vicino la situazione che si verificò in Italia già nei primi decenni dell’Ottocento dopo l’esaurimento della Destra e della Sinistra risorgimentali”. Il parallelo è assolutamente inconsistente, perché, pur con i loro difetti, i politici italiani dal 1861 in poi hanno costruito lo Stato dalle macerie di quelli preunitari, fissando le loro idee ed i loro principi in iniziative legislative, come la legge comunale e provinciale del 1865, valide per decenni, prima della devastazione federalista e prima dell’illogica demolizione delle provincie.

Del resto che il clima fosse collaborativo e non ottuso o settario, è confermato dalla famosa definizione di Croce sulla “rivoluzione parlamentare” del marzo 1876, che segna la caduta della Destra storica e l’avvento della Sinistra, ugualmente animata da protagonisti del Risorgimento: “dalla poesia si passa alla prosa”.

Galli cita come precedente remoto il “connubio”. Il termine fu usato per la prima volta nel 1851 ad indicare l’accordo tra Cavour per il centro –destro e Rattazzi per il centro – sinistro. Uno dei miei Maestri, la professoressa Emilia Morelli, monarchica, fondava il suo giudizio positivo sul “connubio” rispetto ad altre situazioni, apparentemente simili, con una “tensione morale” più intensa e disinteressata. Non sono né intendo essere un “laudator temporis acti” acritico e settario e quindi non nascondo un difetto sostanziale del sistema liberale, il familismo anche degli statisti (Cavour e Sonnino avevano i fratelli in parlamento, Rudinì il figlio e persino Giolitti, il campione della liberaldemocrazia, aveva fatto eleggere a Montecitorio due generi, Mario Chiaraviglio e Giulio Venzi, quest’ultimo addirittura passato a palazzo Madama, designato da un governo presieduto dal suocero). I liberali poi scontano l’errore di fondo, quello di essere rimasti ancorati al sistema uninominale, senza seguire ed imitare i socialisti ed i repubblicani nella forma e nella disciplina partitiche. Con i primi due raggruppamenti di sinistra, con i cattolici (popolari dal 1919), con i fascisti e con i comunisti si organizzano “le grandi ideologie”, scomparse – dice Galli della Loggia – “sotto i colpi di Mani pulite”.

Piuttosto ardita è la tesi, secondo cui nel ventennio 1994 – 2014 sia “sopravvissuta una forma spuria di contrapposizione Destra – Sinistra grazie all’arrivo di Berlusconi, grazie cioè all’accanimento del padrone di Mediaset nell’agitare il fantasma dell’anticomunismo, e alla risposta dei suoi avversari con il controfantasma dell’antifascismo. Finalmente però, con lo spappolamento di Forza Italia, il Novecento italiano è terminato, e di conseguenza ha potuto scomparire anche quanto restava di ciò che un tempo si chiamava comunismo”. E’ evidente la “particolarità” o meglio l’insostenibilità di affermazioni del genere: il comunismo non si è estinto, anche perché i sondaggi danno l’eventuale (ed auspicata in funzione anti Renzi) formazione di estrema attorno al 10%, in conseguenza della fine del raggruppamento del presidente del Milan, in effetti autoannullatosi solo e soltanto per il dispotismo soffocante del “padre – padrone”.

Il solo passaggio condivisibile è quello, in cui l’editorialista avverte e riconosce che “la nostra vita e il nostro discorso pubblici mancano di profondità e di passione”, e ciò avviene perché i leaders presunti o sedicenti tali, da Renzi, a Salvini, a Fitto non sono assolutamente in grado di pensare “alla società italiana” e alle “ragioni di fondo della crisi del Paese”.

Non guasterebbe poi indagare e verificare, come ha fatto in un ottimo elzeviro Roberto Chiarini, il grado di rispetto della Carta costituzionale da parte dei presidenti della Repubblica. Emergerebbero, legittime e naturali, molte e molte considerazioni, quasi tutte negative.