Dopo un turno elettorale che ha significativamente parcellizzato e ridotto la presenza della destra in Parlamento potremmo proprio evitarci il vizio molto italico, e purtroppo molto destrorso, di accentuare personalismi e frazionismi.
C’è una destra diffusa che non è più soltanto identificabile con gli ex elettori della ex An (ammesso che esistano ancora, probabilmente no) o con gli zero virgola dei partiti alla destra di Fratelli d’Italia. Una destra diffusa fatta di un pezzo importante del nostro blocco sociale di riferimento, che FDI ha intercettato solo in parte e che pure non cessa di esistere.
Commercianti, artigiani, agricoltori, piccoli e medi imprenditori, professionisti, lavoratori dipendenti non sindacalizzati o vicini ai sindacati non ideologici, giovani precari.
Un blocco sociale che si contrappone a banche ed alta finanza, burocrazia parassitaria, assistenzialismo, sindacato ideologizzato e conservatore, magistratura politicizzata.
Una identificazione, se volete sommaria, che naturalmente non riguarda ogni singola persona (se fosse così avremmo vinto in automatico tutte le elezioni) ma la sfera della rappresentanza di interessi. Semplicemente, all’evidenza, la sinistra italiana è ancora il nume tutelare del blocco della conservazione sociale. A questa accompagna un disegno culturale radical-libertario volto ad ampliare il campo dei diritti e della cittadinanza, in un quadro di dissoluzione del senso comune della Nazione.
Il blocco dell’economia reale e dell’Italia profonda ha invece una rappresentanza confusa e parcellizzata.
Ecco che allora, anziché dividerci capziosamente su quanta percentuale di destra, centrodestra o destracentro debba avere in sé Fratelli d’Italia, o ancor peggio sul grado di vicinanza o di ricomposizione possibile con altre forze alla nostra destra, è da questo dato di realtà che si deve ripartire.
E dalle posizioni che coraggiosamente abbiamo sostenuto, un po’ oscurati, in campagna elettorale.
Dobbiamo dedicare un’attenzione maniacale al radicamento capillare sul territorio, rafforzare l’uso del web e dei social network, riannodare i fili di un dibattito culturale che a destra si è annichilito, ricostruire un rapporto serio con quella parte di mondo del lavoro e di sindacato che oggi vaga in cerca di rappresentanza, approfondire e dare risposte credibili e competenti ai problemi di tante categorie, accelerare il processo di rinnovamento della classe dirigente, costruire le basi per nuove alleanze e convergenze a partire dalle Europee del prossimo anno.
Solo ad enunciarlo l’impegno può apparire troppo gravoso. Ma non abbiamo scherzato, ci siamo messi in gioco per offrire all’Italia una destra rinnovata e credibile. Se non avessimo avuto coscienza della missione avremmo fatto meglio a starcene pasciuti presso le accoglienti greppie di Arcore.