Sto leggendo le cronache e guardando in rete le immagini di Sanremo. Più che un festival dedicato alla canzone italiana ne traggo la sensazione che sia divenuto – ormai – una sfilata di carnevale, una sorta di gay pride del ‘politicamente corretto’, ridotto a pretesto per imbottire di soldi i sodali del pensiero unico, nel quale tutto è grottesco: dalla giovane belloccia più volte ritoccata dai chirurghi estetici che azzarda un elogio della bellezza come dono di natura, alla palestinese (con passaporto italiano) odiatrice dell’Italia ma non dei cachet che vi riceve, nata in Israele e filo sionista senza un moto di solidarietà per il proprio popolo, ovviamente ipocritamente capace – al momento giusto – persino di cavalcare l’onda del me too fino all’immancabile guitto toscano falsificatore seriale della storia e della letteratura..

Un disgustoso caravanserraglio nel quale è stato dato spazio e attenzioni, più che alla musica, a figure che avrebbero dovuto essere solo di contorno. Persino le lodi sperticate sui travestimenti di un sedicente ‘cantante’ dal nome di una nave da crociera che, più che alla voce, sembra affidarsi per lasciare il segno all’opera del proprio costumista o truccatore… 

Uno spettacolo (pietoso) dai presunti indici d’ascolto altissimi generati, suppongo, dal gusto dell’orrido e dal desiderio di assistere alla morte in diretta di quella che fu la vetrina della cultura musicale del nostro Paese. Del resto, come si sa, delitti e tragedie generano sempre molta audience