Elena di Euripide al teatro greco di Siracusa. Strepitosa interpretazione di Laura Marinoni (Elena). Purtroppo, da dimenticare il resto. Il regista si concede alcune “libertà” rispetto al testo di Euripide per “lanciare un messaggio” (non potrebbe usare WhatsApp, invece di mistificare i classici?): Teucro (fratello di Aiace) è interpretato da una donna; Teoclimeno è un cicisbeo del XVIII secolo che parla con toni effeminati; Teonoe sembra la caricatura di un soprano del XVIII secolo (viene in mente Constance Weber, la moglie di Mozart, come interpretata da Elizabeth Berridge nel film “Amadeus” di Milos Forman). Alla fine, continuando in questi rimandi al XVIII secolo, viene sparato a palla il Fandango di Boccherini, che c’entra con Euripide come la maionese sul gelato al pistacchio … e tutti gli attori lo ballano con movenze da bolero.

Il “messaggio” del regista dovrebbe essere la denuncia dei governanti distanti dal popolo, ma non trapela assolutamente. Il tutto fa affondare nel ridicolo situazioni altamente drammatiche: Teoclimeno che contravviene alla promessa fatta dal padre Proteo agli dei, Teonoe che tra la fedeltà all’attuale regnante e quella alla memoria del padre, sceglie quest’ultima in nome della Giustizia. E la caratterizzazione caricaturale dei due personaggi fa perdere la loro tragicità.

Questo, però appartiene all’estetica, che può essere opinabile, anche se la fedeltà al testo potrebbe evitare qualunque fraintendimento. La cosa più grave è che il regista (o chi per lui) mistifica traduzione ed allestimento al non celato intento di fare propaganda politica pro migranti.

1) La scena è immersa nell’acqua, mentre uno schermo in alto trasmette scene di mare mosso, legando intuitivamente il dramma in scena ai migranti sui barconi. Euripide non ha scritto nulla di tutto ciò. La scena immaginata da Euripide è davanti al palazzo di Teoclimeno che logicamente non è immerso in acqua.

2) La serva dice a Menelao: “In questo paese hanno chiusi i porti”, che Euripide non si è mai sognato di scrivere e non c’è nella traduzione di Walter Lapini, asseritamente utilizzata per la rappresentazione. Né è desumibile dal contesto una situazione simile. La serva dice a Menelao di aver avuto ordine di scacciare ogni greco, perché i greci sono invisi al padrone. I greci, non tutti i naufraghi o tutti gli stranieri. Solo i greci, a cagione del fatto che Teoclimeno è invaghito di Elena e teme che i greci gliela portino via.

3) Menelao dice: “Ho attraversato il deserto libico”. In realtà, la frase è: “Λιβύης δ’ ἐρήμους ἀξένους τ’ ἐπιδρομὰς πέπλευκα πάσας” (“Ho navigato tutti gli approdi solagni e inospitali della Libia”). Qualcuno ha giocato in malafede su ἔρημος (-η -ον) che in italiano può tradursi con “deserto”, ma che Euripide utilizza come aggettivo (similmente in italiano: spiaggia deserta, piazza deserta, ecc.): il regista (o chi per lui) adopera invece “deserto” come sostantivo. Anche qui, Walter Lapini ha tradotto ἐρήμους come aggettivo (“approdi deserti e inospitali”), mentre una “manina” ha letteralmente falsificato la traduzione utilizzata per la messa in scena.

L’operazione è dunque chiara: “attualizzare” il presunto “messaggio” della tragedia parlando del dramma dei migranti.Né l’operazione può dirsi effettuata nello “spirito” dell’opera euripidea. Menelao non è un migrante. Non “fugge dalla guerra”, anzi è fiero di aver combattuto e vinto la guerra di Troia. Non chiede di restare: vuole tornare a casa sua.

“La domanda nasce spontanea”: è lecito manipolare un classico per fini di propaganda politica? Se Davide Livermore ritiene di predicare la “accoglienza” perché non scrive un’opera sua? Anche perché, la fortuna della tragedia greca che ha attraversato i millenni non è nel “messaggio”. I tragici greci non hanno utilizzato lo strumento del teatro solo perché 2500 anni fa mancava WhatsApp. Non c’è nessuna necessità di “attualizzare” le tragedie greche. I temi sono eterni ed universali.

Certo, esistono delle posizioni “politiche” che traspaiono anche nella Elena euripidea: il dissenso dalla politica di Atene in Egitto in funzione anti persiana è chiaramente manifesto nell’ordine di Teoclimeno di scacciare tutti i greci; certamente, Elena “simulacro” per riprendere la quale è scoppiata la guerra di Troia è una violenta rivendicazione dell’inutilità della guerra: si è stata combattuto per dieci anni per portare a casa un fantasma fatto d’aria che si è dissolto durante il cammino di ritorno, ed il grido sulla fatuità della guerra si alza nel momento in cui la guerra del Peloponneso, che divampa da vent’anni, ha frustrato le aspirazioni imperialistiche di Pericle e scuote persino la consolidata supremazia di Atene sull’Attica.

Ma non è questo che rende la tragedia “universale ed eterna”. La tragedia è eterna perché risponde a domande che l’uomo si è sempre fatto e sempre si farà. L’interrogativo che Giovanni metterà in bocca a Pilato (τι έστιν αλήθεια; – che cos’è la verità?) è l’interrogativo che si pongono i personaggi di questa tragedia, ed è valido sempre e per tutti, attraversa i millenni e l’uomo se lo porrà finché esisterà.

Menelao crede che Elena sia fuggita con un suo ospite, tutti i greci sono colmi di odio verso Elena, ritenuta causa di una guerra sanguinosa, ma in vece ella è innocente. Menelao crede di riportare a casa la moglie fedifraga per impartirle la giusta punizione, ma la moglie gli è sempre stata fedele ed è andato a Troia a prendere un fantasma che si dissolve quando ha finito il suo compito. E il Destino, che incombe sempre, è fonte di perenne dubbio per l’Uomo: accettarne il flusso o tentare con tutte le proprie forze di mutarne il corso? È il dubbio che sarà dell’Amleto Shakespiriano, ed è il dubbio di Elena, la cui bellezza datale in sorte dal Destino è fonte di tutti i suoi mali. Ed è eternamente attuale il rapporto con il Divino, gli interrogativi che si pongono sulla natura degli dèi. Ed altrettanto eternamente attuale l’interrogativo sui limiti della razionalità e della capacità per l’Uomo di penetrare il νούμενον, l’essenza delle cose, la possibilità di spingere la cognizione al di là del φαινόμενον, l’apparenza delle cose: Euripide, che aderisce alla sofistica, lo nega, mentre altri lo ritengono possibile.

Tutti problemi che travalicano le barriere temporali, sono sempre attuali, non c’è alcuna necessità di “restyling” per rendere fruibili al pubblico odierno le grandi opere dell’antichità. “Sporcare” queste tematiche che attengono alla natura stessa dell’Uomo per fini di bassa propaganda politica, utilizzando i soldi dei contribuenti e violentando l’essenza dei classici è un’operazione da respingere con tutte le forze.